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A Napoli è boom di innocenti in cella, in 3 mesi 174 richieste di risarcimento

DiRed Viper News Manager

Apr 13, 2021

Ingiuste detenzioni ed errori giudiziari. Dinanzi alla Corte di Appello di Napoli l’anno giudiziario 2021 si è aperto con 174 procedimenti pendenti. Significa che ci sono 174 storie di innocenti finiti in carcere e assolti al termine del processo. A queste vanno sommate le centinaia di storie che ogni anno pongono Napoli in cima alla classifica delle città italiane con più casi di errori della giustizia. Come mai? Cos’è che non va? Ne abbiamo parlato con il professor Alfonso Furgiuele, avvocato penalista, giurista e titolare della cattedra di Diritto processuale penale all’università Federico II di Napoli. Spiega che i nodi della questione sono fondamentalmente due: «Il malgoverno, da parte degli organi giurisdizionali, delle norme stabilite dal codice in attuazione dei principi costituzionali, e lo sbilanciamento dell’attenzione giudiziaria verso la fase delle indagini preliminari».

Il primo aspetto è quello che più inquieta. «È il dato più significativo e serio, deve far riflettere», spiega Furgiuele. «Più che sui numeri porrei l’accento sul fenomeno in sé. Se in un anno ci sono casi di persone assolte dopo aver trascorso anche un solo giorno di detenzione per me questo è un dato patologico, anche se parliamo di una sola persona. A ciò si aggiunga che il processo ha delle implicazioni anche mediatiche diverse a seconda che ci sia stata o meno una misura cautelare». Per questo motivo è inevitabile che dopo l’arresto scatti immediata la gogna mediatica, e poco conta se poi, spesso a distanza di anni visti i tempi lunghi della giustizia, si scopre che in cella c’è finito un innocente: ormai la giustizia sommaria ha già fatto il suo corso.

«L’applicazione della misura cautelare comporta un aggravamento delle conseguenze della pendenza del processo – continua Furgiuele – Come qualcuno in passato ha detto, la prima pena non è quella stabilita all’esito della condanna ma è la pendenza del processo a carico di una persona: questa pena diventa molto più afflittiva nel caso in cui la pendenza processuale si sia accompagnata all’applicazione di una misura cautelare. Quindi, il fenomeno dell’assoluzione a seguito di una misura cautelare è un fenomeno grave che dovrebbe rappresentare un’eccezione assoluta. E se non è un’eccezione assoluta vuol dire che c’è una disfunzione del sistema giustizia, che c’è un’applicazione delle misure cautelari, da parte degli organi giurisdizionali, non conforme al dettato normativo del codice e non conforme ai principi stabiliti dagli articoli 13 e 27 della Costituzione». Il riferimento è ai principi di inviolabilità della libertà personale e presunzione di innocenza.

Inoltre, proprio la materia cautelare è stata oggetto di molte modifiche normative a cominciare dal 1994, quindi all’indomani di Tangentopoli. «Modifiche – sottolinea il professor Furgiuele – finalizzate a limitare, in conformità con i principi costituzionali, i casi di ricorso alle misure cautelari personali». Nonostante ciò centinaia di innocenti ogni anno finiscono in carcere e il numero è sottostimato perché sono moltissimi gli innocenti che dopo l’assoluzione e la liberazione non hanno la forza psicologica o economica per affrontare la battaglia giudiziaria contro lo Stato per ottenere un indennizzo per l’ingiusta detenzione. Indennizzo che varia da caso a caso, che tiene conto di parametri molto relativi e legati all’impatto che la carcerazione cautelare ha sulla vita e sulla carriera del singolo. Indennizzo per il cui riconoscimento bisogna comunque superare non pochi ostacoli e cavilli.

«Il fenomeno dell’ingiusta detenzione, già di per sé grave – aggiunge Furgiuele – denuncia tuttavia un altro fenomeno altrettanto grave: lo sbilanciamento dell’attenzione giudiziaria e mediatica verso la fase preliminare delle indagini spingendo a una sorta di giustizia sommaria». Si innesca un meccanismo perverso. «Con il ricorso abnorme alle misure cautelari si ottiene un’anticipazione del giudizio che compromette i diritti del cittadino che non saranno mai compensati completamente, indipendente dal se e dal quantum dell’indennizzo, dall’assoluzione successiva»

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