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La bellezza del carcere? Ma per favore…

DiRed Viper News Manager

Apr 11, 2021

Sono stati annunciati i vincitori del concorso di idee San Vittore, spazio alla bellezza, promosso da Triennale Milano e dalla Casa Circondariale Francesco di Cataldo – San Vittore. La Commissione, presieduta da Stefano Boeri ha esaminato le 29 candidature pervenute e ha individuato sei gruppi vincitori. Ai raggruppamenti verranno assegnati i casi di studio oltre all’organizzazione di sopralluoghi e rilievi presso la Casa Circondariale. Nelle intenzioni i gruppi saranno chiamati a risolvere il “caso progettuale” in linea con le indicazioni programmatiche, fornendo un modello replicabile in altri contesti.

Tra utopia e distopia, questo è quanto avviene in Italia oggi a fronte della grave crisi che coinvolge il mondo dell’esecuzione penale in tutte le sue drammatiche realtà, umane, organizzative, amministrative, tecnico-economiche. Praticamente due universi separati: da un lato la dura concretezza di drammi che si dibattono da anni senza aver trovato una logica istitutiva concernente l’esecuzione penale. Realtà complessa, mai risolta che necessita molto più a monte di soluzioni politiche e amministrative. Dall’altro lato, la tenera autoillusione di risolvere il gigantesco caso-carceri italiano attraverso un concorso di architettura che inventi l’ennesimo ossimoro dello spazio alla bellezza in galera. Non che chi scrive sia contrario all’uso terapeutico dell’estetica, magari anche nelle carceri, anzi. Stupisce non poco la distanza siderale come una certa professionalità, talune istituzioni e un sistema delle conoscenze e dei saperi siano ancora così lontane dalla (rimossa) realtà, tanto da proporre un così infelice autoinganno. Una metodologia falsata da indurre i più giovani architetti a cimentarsi nientemeno con un progetto per il carcere. Professionisti, molti dei quali probabilmente non avranno visitato prigioni.

Non avranno parlato con i detenuti o guardato negli occhi i poliziotti della penitenziaria – quelli che si suicidano – o interloquito con gli educatori o con coloro che, più in alto, amministrano l’istituzione. Con somma superficialità l’equivoco del metodo suppone di risolvere il vasto problema (occultato) dell’esecuzione penale chiamando progettisti ad affrontare tematiche serissime proponendo nel motto concorsuale lo “spazio alla bellezza”. Poco importa, in corpore vili, il tema riscuote comunque visibilità, non si sa bene a beneficio di chi. Alcune di queste soluzioni ricordano decisioni fatte da governi felloni che in tempo di guerra invece di occuparsi di strategie militari e di armamenti preferirono cambiare il colore delle uniformi e dei pennacchi ai cappelli dei soldati. Il paradossale esempio rimanda alla stagione che stiamo vivendo in presenza del Covid 19 dove un qualcuno si è preoccupato di costruire costosi padiglioni per inoculare vaccini firmando l’idea con una primula: logo accattivante e sereno, accompagnato dal retorico motto per sconfiggere il male: “l’Italia rinasce con un fiore”. Mancava la musica.

Per stupire, la superficiale formula per risolvere il problema carcerario oggi in Italia si decifra così: un concorso dove il dramma si doma con l’estetica, diventando commedia. Male non sarebbe rilanciare invece con maggiore serietà una riflessione globale, sistemica, multidisciplinare intorno alla esecuzione penale. Anche l’architettura potrebbe essere di ausilio, ma solo molto dopo aver chiarito a tutti cosa sia l’esecuzione penale. Quale sia il suo ruolo e il suo vero compito. Dove inizi e finisca la funzione securitaria, a chi spetti la competenza e gestione. Dove cominci e si evolva in itinere l’aspetto riabilitativo e comportamentale in vista del contrasto alla recidiva.

Il Cesp opera da tempo su metodologie sistemiche, mettendo insieme intelligenze ed esperienze multi professionali proprio per offrire una risposta articolata alla più difficile fra le domande della società contemporanea. Oggi nessuno che voglia una riflessione più corretta per cosa possa essere l’esecuzione penale per i prossimi venti, trent’anni, non può pensare di risolvere il problema con l’ossimoro progettuale del carcere più bello. Dalle parole del ministro della Giustizia Cartabia si può coltivare una discreta speranza. Lavoriamo in tal senso. Poi verranno pure gli architetti.

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