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Il dramma di Antonio Vaccarino, da collaboratore di Mori al rischio morte in carcere

DiRed Viper News Manager

Apr 11, 2021

Ha 76 anni, gravemente malato ed è in attesa di giudizio recluso nel carcere di Catanzaro. Ma, come se non bastasse, ha da poco contratto anche il covid 19. La stessa direzione sanitaria del carcere dice che non riesce a monitorarlo visto che, a causa del contagio, è posto in quarantena in un altro reparto. Ma nulla, per i giudici non è il caso di mandarlo ai domiciliari. Parliamo di Antonio Vaccarino, già vittima di malagiustizia, tanto da essere stato recluso ingiustamente nel supercarcere di Pianosa. Nei primi anni del 2000 ha collaborato con i servizi segreti capitanati da Mario Mori per la cattura di Matteo Messina Denaro. Operazione vanificata a causa di una fuga di notizie.

Recentemente ha collaborato con la procura di Caltanissetta, tanto da essere risultato importante per fornire elementi utili che hanno contribuito a portare alla condanna recente del super latitante come uno dei mandanti delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Ma ancora una volta, la procura di Palermo l’ha inquisito e ottenuto la condanna di primo grado per aver favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro. Vaccarino ora è in pericolo di vita: è anche a rischio infarto visto che è affetto da cardiopatia ischemica, ipertensione arteriosa, aritmia per fibrillazione atriale persistente. Il mancato impianto di pacemaker, consigliato dai periti, e la somministrazione del farmaco Cardior sta esponendo l’uomo ultrasettantenne a rischio blocco cardiaco e, conseguentemente, la morte.

Senza contare che durante la detenzione ha già subito un ricovero urgente in ospedale, ma è stato dimesso troppo presto. Tant’è vero – così si legge in una delle innumerevoli istanze presentate dai suoi avvocati Laura Baldassarre e Giovanna Angelo – che al rientro del centro clinico interno al carcere, gli stessi medici hanno accertato che il detenuto in attesa di giudizio stava ancora male. Lo hanno sottoposto a una coronarografia presso l’ospedale Pugliese di Catanzaro e sono state diagnosticate altre patologie legate al cuore, oltre alla sindrome ansioso – depressiva. Istanze rigettate anche in quel caso, nonostante la pandemia e il rischio contagio.

Poi è arrivato il covid. Un enorme focolaio all’interno del carcere di Catanzaro che ha coinvolto anche Vaccarino. Gli stessi medici scrivono testualmente nella relazione che «non sarà possibile effettuare quella assidua attività di controllo clinico prevista per la patologia». Ma per la Corte d’appello competente per ottenere i domiciliari, Vaccarino deve rimanere comunque in una struttura penitenziaria. Nell’ordinanza di rigetto, i giudici della Corte ordinano al Dap di trasferire il detenuto presso un altro carcere che possa garantire la cura del covid e l’assidua attività di controllo clinico che necessita l’uomo anziano. Sarà una impresa non facile per l’amministrazione penitenziaria individuare una struttura penitenziaria adatta: c’è il sovraffollamento con la conseguente difficoltà nel contenere i focolai.

La via crucis giudiziaria
Vaccarino è stato sindaco di Castelvetrano e apparteneva alla corrente manniniana della Democrazia Cristiana. Il suo nome compare nel famoso rapporto di Amnesty International del 1993 in cui vengono denunciate le torture che avvenivano nel supercarcere di Pianosa riaperto dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Torture pesanti, dai pestaggi all’illuminazione delle celle 24 ore su 24, raccolte anche dai magistrati di sorveglianza. Parliamo di un uomo che finì recluso per associazione mafiosa grazie alle parole di un pentito – tale Vincenzo Calcara – che in seguito sarà dichiarato inattendibile da diversi tribunali. Vaccarino verrà assolto per l’accusa di 416 bis e di recente ha ottenuto la revisione di un processo dove l’accusa si era basata sempre sulle parole di Calcara.

Più volte Vaccarino viene tirato in ballo dalla procura di Palermo. L’ennesima volta risale al 16 aprile del 2019. L’accusa – poi confermata dal tribunale (primo grado) di Marsala – è di favoreggiamento aggravato alla mafia, per un’indagine che ha visto coinvolti anche un colonnello della Dia che lavorava per la Procura di Caltanissetta (il colonnello Marco Zappalà) e un appuntato in servizio a Castelvetrano (Giuseppe Barcellona), in merito a informazioni su indagini che riguardavano il boss latitante Matteo Messina Denaro. Tutti e tre sono stati accusati a vario titolo dalla Dda di Palermo di “accesso abusivo a un sistema informatico” e “rivelazione di segreti d’ufficio” e inoltre all’ex sindaco Vaccarino viene contestata l’aggravante di aver favorito Cosa nostra e la latitanza di Matteo Messina Denaro.

E pensare che il Tribunale del Riesame di Palermo, al quale si era rivolto Vaccarino, aveva annullato il provvedimento di custodia cautelare, non rilevando la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza. Anzi per il Tribunale del Riesame, lo scopo di Antonio Vaccarino era quello di ingraziarsi il titolare di un’agenzia funebre in passato condannato per mafia, tale Vincenzo Sant’Angelo, per ottenere da lui informazioni sul contesto mafioso di Castelvetrano, da girare al colonnello della Dia Zappalà. Dopo qualche tempo, però, arriva il dietro front. La procura di Palermo è ricorsa in Cassazione che ha annullato il provvedimento, inviandolo nuovamente al Tribunale del Riesame. Questa volta il provvedimento viene ribaltato e a gennaio del 2020 Vaccarino viene rimandato in carcere. Poi il processo, e a luglio scorso arriva la condanna a sei anni di carcere. Da una parte abbiamo la procura di Palermo che considera un delinquente Vaccarino, dall’altra la procura di Caltanissetta che l’ha considerato utile per capire i misteri delle stragi del 1992 e per far condannare Matteo Messina Denaro.

I servizi segreti diretti da Mori
In realtà, a causa di una fuga di notizie, grazie proprio alla sua passata collaborazione con l’allora Sisde, diretto all’epoca da Mario Mori, l’ex sindaco Vaccarino aveva ricevuto una minaccia direttamente dal superlatitante Matteo Messina Denaro. L’operazione d’intelligence era durata dai primi di ottobre 2004 fino a una buona parte del 2006. In sostanza Vaccarino era riuscito a intraprendere dei contatti epistolari con il latitante. Poi tutta l’operazione si fermò quando ci fu una fuga di notizie e un’indagine – poi subito archiviata – della procura di Palermo proprio sul fatto che Vaccarino scrivesse i pizzini al superlatitante firmandosi “Svetonio”, pseudonimo indicato proprio da Matteo Messina Denaro.

L’epistolario di “Alessio” (così invece amava firmarsi il super latitante), minuziosamente argomentato, talora orgoglioso e nello stesso tempo strategicamente vittimistico, è pubblico e si trova in un libro reperibile su Amazon. Matteo Messina Denaro cita Jorge Amado, scrive che la giustizia è marcia fin dalle fondamenta e dice di pensarla come Toni Negri. Non esita a bollare come «venditore di fumo» chi allora dirigeva il Paese, ovvero Silvio Berlusconi. Addirittura parla di questioni interiori. Il metodo di quella operazione è quello classico che Mori ha sempre adottato anche quando era ai Ros. Non solo catturare direttamente il latitante, ma anche individuare i suoi circuiti di fiancheggiamento e attività imprenditoriali illecite legate agli appalti. «Attraverso quindi i contatti che il signor Vaccarino fu sollecitato a prendere nell’ambito delle sue conoscenze dell’entourage di Messina Denaro – ha spiegato Mori durante il recente processo che ha visto come imputato Vaccarino –, verso l’ottobre del 2004 arrivò una lettera al Vaccarino tramite un circuito specifico di corrispondenza applicato dal Messina Denaro e dai sui fiancheggiatori». Da lì quindi iniziò lo scambio epistolare che è durato circa due anni.

Una operazione che, nonostante poi sia in seguito saltata, ha comunque prodotto dei risultati. Si sono identificate un certo numero di persone, in particolare si riuscì ad ottenere l’individuazione di un imprenditore che era colui che rappresentava gli interessi del superlatitante. Così come l’individuazione di Vincenzo Panicola, il cognato di Matteo Messina Denaro. Ma come mai l’operazione sfumò? È sempre Mori a spiegarlo. «Mentre era in corso questo scambio epistolare – racconta il generale -, nella primavera del 2006 viene catturato Bernardo Provenzano. Nel materiale di cui fu trovato in possesso emersero alcuni pizzini. Uno scambio tra lui e Matteo Messina Denaro, nel quale quest’ultimo segnalava il suo collegamento con Vaccarino». L’attività si fermò, teoricamente solo temporaneamente, perché lo stesso Messina Denaro scrisse una lettera a Vaccarino per dirgli che non poteva al momento più scrivergli visto che avevano arrestato Provenzano.

Il generale Mori spiega che si recò da Pietro Grasso, che nel frattempo era diventato capo della Procura nazionale Antimafia, e spiegò la situazione. Grasso poi lo richiamò informandolo che la Procura aveva preso atto dell’importanza della collaborazione di Vaccarino, ma che riteneva di non volerlo trattare come fonte o collaboratore. A quel punto ci fu una fuga di notizie. Il nome di Vaccarino fu pubblicato su alcuni organi di informazione, la Procura di Palermo che, ricordiamo, non era più guidata da Grasso, aprì un’inchiesta su di lui per associazione mafiosa, subito dopo archiviata da ben nove pm di Palermo.

Dopo qualche tempo, esattamente il 2 novembre del 2007, giunge a Vaccarino l’ultima lettera – ma questa volta minacciosa e rabbiosa – di Matteo Messina Denaro. «Non ha neanche da sperare in una mia prematura scomparsa o nel mio arresto – scrive il super boss nella parte conclusiva della lettera – perché qualora accadesse una di queste ipotesi, per lei nulla cambierebbe, in quanto la sua illustre persona fa già parte del mio testamento, ed in mia mancanza verrà sempre qualcuno a riscuotere il credito che ho nei suoi confronti, comunque vada lei o chi per lei pagherà questa cambiale che ha forsennatamente firmato. Lei è un essere snaturato che non ha voluto bene neanche alla sua famiglia, si vergogni di esistere».

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