• Mar. Giu 15th, 2021

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Storia di Monsieur Chouchani, il clochard geniale che sparì nel nulla

Provate a immaginare un barbone, con le unghie nere e l’aria un po’ sprezzante. Cominciate a parlare con lui della materia in cui siete più esperti, dopo un po’ vi accorgete che ne sa più di voi! Questo inafferrabile Onnisciente non è una creazione di Woody Allen, parente lontano di Zelig: è esistito davvero, apparso dal nulla a Parigi negli anni 50, tra i reduci polacchi dei Lager, e poi scomparso nel nulla: monsieur Chouchani. Ma per approfondirne la figura facciamo un passo indietro.

In una bancarella dei libri usati – ma li sanificano? – ho trovato un dono inaspettato: due titoli di Haim Baharier, studioso di pensiero ebraico, figlio di reduci ebrei polacchi, prima parigino poi trasferitosi a Milano, dove tiene conferenze e cura lavori teatrali. Il primo, La valigia quasi vuota (Garzanti), riguarda appunto l’ineffabile monsieur Chouchani, “uno degli enigmi irrisolti del XX secolo”, capace di dialogare con chiunque, in qualunque lingua, come se si trattasse della propria lingua madre. A lui si attribuiscono varie leggende metropolitane: nella Parigi occupata dai nazisti venne arrestato dalla Gestapo ma l’Imam lo fece liberare, dichiarandosi convinto che fosse musulmano per la sua conoscenza straordinaria dell’islam. Pare che avesse avuto un carteggio con Einstein. Per un periodo fu ospitato in una cameretta alla Sorbona. In cambio doveva sostituire qualche docente malato. In quale materia? Quella che occorreva!

Levinas, maestro di Baharier, ebbe a dire: «Io non so cosa sappia, ma di una cosa sono certo: tutto quello che io so lui lo sa». Baharier ricorda Chouchani quando venne ospitato da suo padre a casa loro, nei primi mesi parigini, raccomandato da un amico ebreo di Strasburgo che lo presentò come un nuovo profeta Elia. Il piccolo Baharier ne ha un ricordo un po’ disturbante: il barbone geniale, che dorme accanto a lui, era un “uomo repellente”, spigoloso e dotato di un irresistibile humour, e a tavola ingurgitava i cibi. Scopriamo poi che Chouchani dedicò una parte del suo “potente pensiero” alle speculazioni di borsa. Pare che riuscì ad accumulare molto denaro però non diventò mai ricco, convinto che il denaro, come il sangue, deve circolare. Quando il padre dell’autore decide di aprire la valigia di cartone di Chouchani, lasciata a casa loro, scopre che è “quasi vuota”: sette o otto cucchiaini di latta, usurati.

Ora, di Chouchani non interessa tanto e solo la sua ipermemoria (assimilava all’istante qualunque cosa leggesse). Casi analoghi ce ne sono stati e oggi si eseguono le risonanze per indagarne i meccanismi neurobiologici. Si pensi a Simplicio, compagno di studi di sant’Agostino, che era in grado di recitare alla perfezione tutte le opere di Virgilio, anche al contrario, o a Pico della Mirandola, stessa cosa per Dante. Piuttosto Baharier si sofferma sul concetto di “claudicanza”. Il barbone super-erudito era claudicante: la claudicanza diventa una condizione comune a tutto il genere umano. Perché? Perché indica non solo una imperfezione o infermità originaria, che non bisognerebbe mai rimuovere, ma anche una perfettibilità. E coesiste con la nostra integrità.

La sua onniscienza rappresentava l’altro lato di una indigenza costitutiva. A cosa serve sapere tutto per un essere umano, precario e consapevole della propria finitudine? In ogni caso dovrà morire, e la morte – massimo disordine – si porterà via tutta la sua illimitata sapienza. Chouchani non ostenta il suo sapere. Si fa barbone: uno che non possiede niente, poiché l’esistenza umana si edifica, paradossalmente, sul non possesso, su una valigia quasi vuota. Nel libro a lui dedicato leggiamo che chiunque crea in realtà si ritira. E questo ci porta all’altro volume dello stesso autore trovato su una bancarella, ovvero La Genesi spiegata da mia figlia (Garzanti) Ma anche nella Valigia quasi vuota la figlia appare di sfuggita: “mia figlia, incarnando la luna, la piccola sorella, mi ha insegnato la claudicanza”. Attraverso la sua condizione ha visto la condizione dell’umano. Nella Genesi la luna si lamenta con Dio perché è stata creata insieme al sole, allora lui la rimpicciolisce, ma questa “piccolezza” ha una sua assoluta grandezza. La figlia, Avigail, nasce con la sindrome di Down. I genitori la portano da uno psicopedagogo a Gerusalemme, il quale le chiede di scrivere, ma lei non sa tenere la matita. Con un gioco di mano glielo insegna! L’obiettivo è l’”abbastanza bene” dei maestri della tradizione, che alludono non a un esito mediocre ma a una conoscenza sempre in miglioramento: “l’eccellenza e il deficit”, testimoni di un’unica dimensione.

In La Genesi spiegata da mia figlia, attraverso il commento a vari passi biblici, si insiste su un tema di fondo. Il mondo è ateo, in esso non c’è Dio, il quale si è limitato a lasciare una sua impronta. La sua presenza nel mondo non avrebbe concesso alcun’altra presenza. Ha creato per contrazione, rinunciando al proprio potere. Per creare e far esistere l’altro occorre farsi “pusilli”, come san Francesco. Torniamo alla luna: una volta rimpicciolita da Dio protesta, eppure il Creatore la rassicura: “Solo tu incarni la storia, sei un progetto costante”, e il calendario di Israele sarà lunare. Non sappiamo se ciò la consolerà davvero, però in questo dialogo astrale, di non facile interpretazione, Baharier ritrova l’attenzione ebraica all’identità altrui, e noi ritroviamo la verità di una pluralità che è la cifra del mondo: il salmista per dire “creare” usa “contare”, vuole contare ogni cosa e confrontarsi con ogni singolo.

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