• Gio. Giu 17th, 2021

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“Storia della solitudine”, come la pandemia ha amplificato un sentimento ambivalente

Fra le conseguenze indotte dalla recente pandemia, poco si è fatto riferimento agli effetti di essa sulla psiche individuale. Ovviamente è soprattutto chi vive solo che ha subito un forte disagio psichico nel dover restare a casa, costretto suo malgrado al “confinamento” (come chiamano il lockdown i francesi) e alla mancanza di rapporti sociali, e quindi anche alla solitudine. Un problema tanto più grave quanto più si consideri il fatto che i single sono una realtà sempre più rilevante e numerosa nelle nostre società, come ci dicono le statistiche riportate dallo storico napoletano Aurelio Musi in conclusione della sua affascinante Storia della solitudine. Da Aristotele ai social-network, da poco pubblicata dall’editore Neri Pozza (pagine 172, euro 17).

Musi, in verità, non fa nessun riferimento significativo al Covid-19 nel suo libro, che probabilmente è stato pensato e scritto precedentemente. Ma, proprio per l’aspetto da me evidenziato, è come se il virus scorresse come sottofondo inespresso in ognuna delle sue pagine. Dando, fra l’altro, una conferma, anche da questo particolare punto di vista, di quel che si è detto sin dal primo momento in cui è comparso, e cioè che esso avrebbe accelerato, e anche portato alla contraddizione, tendenze in atto già da qualche tempo nelle nostre società. Tra le figure più ricorrenti della solitudine contemporanea c’è, ad esempio, l’hikikomori, un termine giapponese, ci spiega l’autore, che indica la tendenza che porta molti giovani a rinchiudersi in casa e a rinunciare «a tutti i rapporti umani a eccezione di quelli mediati – e opportunamente distorti – dalla tecnologia».

Come non ammettere che questo fenomeno sociale si sia accentuato negli ultimi mesi, proprio a causa delle condizioni ad esso propizie generate dal virus? Eppure, la solitudine è, come tutto ciò che è profondamente umano, una condizione ancipite, ambigua e pertanto non necessariamente negativa. E come tale è stata vissuta nella storia occidentale, o meglio in quei luoghi della sua autoconsapevolezza che hanno preso corpo negli universi della letteratura, della filosofia, della musica, del teatro e delle arti, cioè della cultura in genere.

Riferimenti più o meno topici della solitudine nella cultura occidentale si rincorrono e ricompongono con efficacia espositiva nell’excursus storico di Musi, che viene così a tratteggiare, con profondità e vastità di cultura pari a una invidiabile capacità di sintesi, un esquisse che è sì personale ma è anche facilmente universalizzabile. Il primo elemento ambiguo della solitudine è che si può essere soli pur vivendo una vita sociale intensa: e, al contrario, in compagnia pur essendo isolati dal mondo e dalla vita pubblica. La solitudine è una condizione oggettiva e soggettiva al tempo stesso. Chi ha una vita sociale pronunciata è come se perdesse sé stesso, in una forma di estraneazione, alienazione, superficialità e sradicamento che, pur raggiungendo l’acme nella società contemporanea di massa, è stata da sempre messa in evidenza come pericolo dai classici della nostra cultura.

Se la solitudine serve a riconquistare sé stessi, il proprio io più autentico, e in quanto tale va ricercata (la “beata solitudine”); essa, d’altro canto, se non è poi messa in gioco nella comunità, in un costante rapporto di immersione-distanziamento dell’individuo da essa, tende facilmente al patologico, lambendo i terreni della follia (la “maledetta solitudine”). Non bisogna avere paura di sé, anzi cercare l’interiorità, che è sì individualizzante ma anche (come dice l’etimo) una forma di inter-relazione, ma non ci si deve nemmeno perdere (e distrarre) nell’esteriorità. Nel chiuso di una stanza ci si può perdere certo nella follia, che non sempre ha una valenza creativa (che pure a volte ha avuto), ma si può anche (ri)conquistare sé stessi, una propria identità. Senza contare che chi si rinchiude in una stanza può anche farlo per leggere e approfondire i classici.

Egli, allora, si sente in compagnia di persone che egli stesso si è scelto con accuratezza, una compagnia selezionata e con cui dialoga da pari a pari, vivendo i loro contesti di vita. Che è che quel che accadeva a Niccolò Machiavelli quando, da esule, dopo una giornata di lavoro, si immergeva nei libri di una ricca biblioteca e si dimenticava totalmente della sua lontananza dalla vita politica fiorentina che tanto amava. E Musi opportunamente riporta la lettera del segretario all’amico Francesco Vettori ove questa condizione di beata solitudine è magnificamente illustrata.

Chi cerca questo tipo di solitudine, l’uomo di studio, fa lavorare l’immaginazione immedesimandosi in personaggi e fatti del passato, proiettando le idee maturate in loro compagnia nel futuro della sua azione: egli vive, in altre parole, una concezione del tempo meno appiattita sul mero presente e matura quel senso storico che è poi la vera cifra della tradizione dell’Occidente. Il quale, dopo tutto, con la solitudine contemplativa, sia nell’antichità classica sia successivamente (suggestive le pagine del libro dedicate ad asceti, monaci, mistici ed eremiti medievali), ha instaurato un rapporto altamente produttivo. Non so fino a che punto la mia lettura del libro di Musi incroci le reali intenzioni dell’autore, ma a me esso è sembrato soprattutto un garbato elogio della solitudine interiore dell’uomo dotto.

L’articolo “Storia della solitudine”, come la pandemia ha amplificato un sentimento ambivalente proviene da Il Riformista.