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Perché si è tolto la vita Sabatino Trotta, il primario che non doveva stare in cella

«Siamo passati dallo spazzacorrotti all’ammazzacorrotti»: la battuta di Rita Bernardini è amara ma rende bene l’idea. Nel carcere di Vasto, provincia di Chieti, si è tolto la vita ieri il professor Sabatino Trotta, psichiatra notissimo a Pescara e nella regione. 55 anni, non aveva mai avuto problemi con la giustizia. L’altro ieri deve essergli crollato il mondo addosso. È stato arrestato e portato in carcere nell’ambito di una indagine su presunta corruzione in un appalto sanitario. Accuse tutte da provare per cifre non proprio faraoniche.

Malgrado i roboanti comunicati della Procura ne avessero amplificato la portata, parlando dell’appalto per un importo di 11 milioni e trecentomila euro, la contestazione era per 50.000 euro. E succede così l’irreparabile. Proprio mentre La7 mandava in onda un documentario sugli arresti di Mani Pulite, con gli eccessi che portarono tanti a togliersi la vita in carcere (viene letta la struggente ultima lettera di Sergio Moroni) a compiere l’estremo gesto era l’insospettabile psichiatra Sabatino Trotta. Legato da stretti rapporti di parentela con Monsignor Iannucci, per quarant’anni Vescovo di Pescara, attivo nel volontariato cattolico, presidente di una Onlus sulla salute mentale, Sabatino Trotta era forse la più inimmaginabile delle vittime della carcerazione preventiva. Appassionato del suo lavoro nell’ambito del recupero delle fragilità, di lui si ricordano i numerosi interventi per scongiurare suicidi.

«Era il professionista che risolveva le situazioni quando un ragazzo voleva lanciarsi da un viadotto o quando qualcuno si barricava in casa minacciando di fare stragi», dice di lui Marco Marsilio, il presidente della Regione Abruzzo nelle cui fila, con Fratelli d’Italia, si è candidato alle ultime elezioni Trotta. «Sono scioccato, sconvolto. Un fatto che mi turba profondamente», commenta Marsilio dopo aver appreso la notizia. La Procura di Vasto ha aperto un fascicolo d’inchiesta. Nella stanza detentiva del carcere di Vasto, prima d’impiccarsi, l’uomo avrebbe lasciato un biglietto alla moglie e ai tre figli. L’avvocato difensore, Antonio Di Giandomenico, chiede rispetto per il dolore della famiglia del dirigente. Non si escludono azioni legali, dopo il fascicolo aperto dalla procura vastese, per fare chiarezza sui fatti: dal carcere, dice Di Giandomenico, non ci sarebbe stata alcuna comunicazione prima che la notizia della morte di Trotta uscisse sulla stampa.

Chiede lumi anche Rita Bernardini: «Si sarebbe impiccato con la cintura dei pantaloni, a quanto si apprende. Chi gli ha lasciato portare la cintura in cella? E soprattutto, perché lo hanno messo in carcere?», si chiede. I reati contro il patrimonio prevedono la detenzione domiciliare ormai da tempo, come è noto. Ma qualche Procura non deve ancora aver ricevuto la disposizione di legge. Il sindacato della Polizia penitenziaria alza le mani. «Siamo attoniti e sgomenti per quanto accaduto», dice il Segretario Uil degli agenti carcerari, Renato Tramontano: «Da tempo denunciamo la grave situazione di organico che insiste presso la Casa Lavoro di Vasto, ma risultati in termini di adeguamento ai numeri previsti purtroppo tardano ad arrivare. Su 99 addetti previsti solo 70 risultano oggi in attività, dei quali solo 20 sono coloro deputati al controllo diretto. Diciannove sono in attesa di pensionamento e 4 in malattia a lungo termine. Troppo pochi per garantire ciò che l’articolo 27 della Costituzione ci invita a fare».

E conclude: «Possiamo solo auspicare che non vengano immaginate responsabilità da parte degli insufficienti poliziotti in servizio». Dal primo gennaio a oggi sono 11 i suicidi in carcere, in tutta Italia. La carcerazione preventiva ferisce a fondo, talvolta a morte. Dagli eccessi di Mani Pulite ad oggi il tempo sembra essere passato invano.

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