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Marco Ciacci, il fedelissimo della Boccassini: teste contro Berlusconi, promosso senza concorso

Lui c’era. Non appena è partita in quarta Ilda Boccassini, pubblico ministero antimafia distolta improvvisamente da indagini complesse sulla criminalità organizzata al nord per occuparsi dei peccati di Silvio Berlusconi, lui c’era. E fu un importante testimone dell’accusa al processo Ruby, il vicequestore Marco Ciacci, responsabile della polizia giudiziaria al Palazzo di giustizia di Milano, oggi comandante dei vigili urbani. Bisognerebbe chiedergli se quel salto di carriera, un distacco avvenuto senza bando dopo molte pressioni da parte di ambienti della procura sul sindaco Sala, sia stato per lui un premio. Certo non è routine, che un vicequestore di polizia diventi comandante dei vigili, improvvisamente uomo di potere in una città come Milano. Ma premio per che cosa? Per capacità, per lealtà?

Nelle indagini sul presidente del Consiglio si era dato molto da fare, in quei mesi del 2010: intercettazioni, controlli e pedinamenti su chiunque entrasse nella villa di Silvio Berlusconi in occasione di una serie di cene, diciassette per la precisione. Marco Ciacci era stato l’uomo-macchina di Ilda Boccassini e responsabile della polizia giudiziaria. E forse sei anni dopo, quando per la prima volta si ipotizzò un suo passaggio dal palazzo del Piacentini di corso di Porta Vittoria alla piazzetta Beccaria (proprio quella dove tanto tempo fa Pietro Valpreda era stato sospettato di aver preso un taxi per percorrere venti metri fino a piazza Fontana per mettere la bomba) dove è la sede della vigilanza urbana, un premio lo meritava proprio.

Certo, quando il vicequestore Marco Ciacci arriva davanti alle tre giudici della settima sezione del tribunale di Milano, quelle che Berlusconi definiva “comuniste e femministe”, e non era un complimento, parte nel racconto dal 3 settembre 2010, quando l’aggiustamento delle date è già stato fatto. Con tradizionale sistema ambrosiano, che poi è parte di quello nazionale così ben descritto da Sallusti e Palamara nel famoso libro. Se l’ex leader del sindacato delle toghe da Roma si è fatto cecchino, imbracciando il fucile nei confronti del presidente del Consiglio, a Milano ci fu un intero plotone di esecuzione in quei giorni del 2010. Lo stile ambrosiano aveva già regalato alla storia, dai tempi di Mani Pulite, ma ancor prima negli anni del terrorismo, una certa disinvoltura nell’applicazione delle regole. Competenza territoriale, diritti dell’indagato, obbligatorietà dell’azione penale, uso corretto della custodia cautelare: parole, parole, soltanto parole. Perché al sistema ambrosiano tutto era concesso.

Lui era lì. Lo rivediamo impassibile nell’aula, bel ragazzo con il pizzetto alla moda, mentre snocciola l’elenco delle intercettazioni e parla di prostituzione, prostituzione, prostituzione. Silvio Berlusconi è rinviato a giudizio per concussione, prima di tutto, accusato di aver costretto un pubblico ufficiale che in realtà non si è mai sentito obbligato, a fare qualcosa contro i suoi compiti, cioè affidare la giovane Ruby a Nicole Minetti. Ma nel pentolone processuale pornografico dove si mescolano reati e peccati, parlare di sesso a pagamento è obbligatorio, se non si vuol far crollare l’interno impianto dell’accusa. Il vicequestore Marco Ciacci si presta. Viene trovata nella casa di una ragazza una lettera anonima scritta da un mascalzone che si riteneva in diritto di avvertire la madre sulla presunta professione della figlia? Ecco la prova che la ragazza sia una puttana.

Certo, forse a quella ragazza sarebbe piaciuto ricevere dal vicequestore la stessa attenzione che lui dedicherà, qualche anno dopo, quando sarà già stato premiato con la nomina a comandante della polizia urbana di Milano, a un’incauta ragazza che di notte aveva investito e ucciso un pedone con il suo scooter. Era accorso subito sull’incidente, quella sera, il dottor Ciacci perché, aveva detto mentre un sindacato dei vigili protestava per quell’attenzione particolare, stava cenando in un ristorante vicino al luogo dell’incidente. Lodevole solerzia, la sua. Anche se poi nessuno aveva sottoposto la ragazza all’alcol-test, né l’aveva arrestata per omicidio stradale (reato che comunque noi consideriamo assurdo e sbagliato), come spesso succede se la persona investita decede.

Lui c’era, al processo. E dichiarava di aver iniziato le investigazioni dal 3 settembre 2010, quando aveva ereditato generiche indagini su un giro di prostituzione di cui faceva parte anche Ruby. Resta il fatto che, nel frattempo, molti danni erano stati fatti. E neanche un bambino potrebbe credere a certe favolette. Perché da quella famosa sera di maggio in cui Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio in carica, aveva telefonato alla questura di Milano, ritenendo che fosse stata fermata la nipote del presidente Mubarak, era diventato lui il pesce grosso da prendere all’amo e poi giustiziare da parte dei famosi “cecchini” di cui parla Luca Palamara. Il plotone era pronto da tempo, si aspettava solo l’occasione. E quella fu ghiotta.

Altro che generiche inchieste su giri di prostituzione! Non dimentichiamo che, per indagare su Berlusconi (e non su qualche Belle de jour), il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati aveva anche sottratto le competenze al pm competente per materia, ingaggiando un robusto braccio di ferro con il suo aggiunto Alfredo Robledo, poi ghigliottinato dal Csm con l’aiuto addirittura del presidente della Repubblica. Fatto sta che le indagini, ci fosse o no il vicequestore Ciacci a condurle dall’inizio, presero origine fin da allora. E Ruby fu interrogata due volte nei primi giorni di luglio, e per mesi e mesi fu stesa la tela del ragno nei confronti di Silvio Berlusconi.

Ma il leader di Forza Italia sarà iscritto nel registro degli indagati solo il 21 dicembre, e in seguito raggiunto da un invito a comparire il 14 gennaio 2011. Sistema ambrosiano, ovvio. Nel frattempo è già accaduto tutto, il controllo ogni sera, per diciassette volte, nella casa del peccato, neanche si stessero spiando boss mafiosi di Cosa Nostra, per «ricostruire lo svolgimento delle cene e chi fossero i partecipanti». Si spiava il presidente del Consiglio per frugare tra le sue pietanze e le sue lenzuola. Per mesi e mesi, senza mai informarlo, come sarebbe stato suo diritto e come prevede la legge. Anche se lui, e anche le ragazze che frequentavano le sue cene, non avevano mai ucciso nessuno. Sono state solo trattate come puttane, nel processo pornografico che non finisce mai. E nessuna di loro ha mai avuto la fortuna di trovare un buon samaritano in divisa che corresse a dar loro conforto qualora una sera si fossero trovate in difficoltà. Loro.

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