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“L’attentato”, il racconto di Mulish sull’occupazione nazista in Olanda

Quale può essere il fondamento delle nostre scelte se i valori in cui crediamo, politici, morali, religiosi, si rivelano fallaci o illusori? C’è sempre uno scarto insostenibile fra i principi generali che gli uomini eleggono come punti fermi della loro convivenza civile e le vicende individuali, legate molto spesso a una serie oscura di circostanze prive di logica. Sono questi i temi-fondamento presenti in L’attentato (Neri Pozza, traduzione di Gianfranco Groppo, pp. 239, 18 euro), capolavoro di Harry Mulish (al di là del fantasmagorico La scoperta del cielo, Rizzoli, 2002), pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1982 e finalmente tornato disponibile dopo una lunga assenza dalle librerie italiane. Stiamo parlando di uno dei più grandi narratori olandesi moderni, scomparso nel 2010 a ottantatré anni che, come molti suoi connazionali, aveva una speciale predilezione per il nostro Paese dove veniva spesso.

Tutto comincia in una fredda sera di gennaio del 1945, qualche mese prima della fine della Seconda guerra mondiale, alla periferia di Haarlem, non lontano da Amsterdam, durante l’occupazione nazista, in una zona di canali dove le case, a poco distanza una dall’altra, hanno nomi spensierati: Bel Sito, In Quiete, Dolce Sorpresa, Pace Silente. Gli abitanti ovviamente si conoscono tutti e vantano rapporti di buon vicinato. La catastrofe umana e bellica si consuma in qualche minuto: Fake Ploeg, ispettore capo di polizia, crudele collaborazionista, torturatore al soldo dei nemici, viene ucciso con pochi colpi di pistola dai partigiani, in attesa degli Alleati in procinto di arrivare, mentre sta passando in bicicletta proprio in quella zona residenziale. Una ragazza, temendo la rappresaglia tedesca, sposta il cadavere dell’ispettore di polizia dal punto in cui è stato falciato, a due passi dalla sua casa, dieci metri più in là, di fronte all’edificio accanto, dove abitano gli Steenwijk, i quali subiscono la fatale vendetta poche ore dopo: la loro villa viene incendiata; madre, padre e fratello maggiore cadono inermi sotto i colpi delle Ss.

L’unico a salvarsi è il figlio piccolo, Anton, dodici anni. Su di lui s’appunta l’interesse dello scrittore che lo seguirà per quasi tutta la vita, dai primi momenti cruciali successivi all’arresto, trascorsi in gattabuia insieme a una giovane donna mai più rivista che resterà per sempre nella sua memoria, fino agli anni tristi del dopoguerra vissuti con gli zii ai quali era stato affidato. Il giovane, divenuto medico anestesista, è uno straordinario alter ego di Mulish che, va sottolineato, avendo il padre fascista e la madre ebrea morta a Sobibor, sentiva di essere dilaniato. Condizione terribile sul piano personale e tuttavia perfetta in chiave letteraria.

Il romanzo ruota sull’elaborazione del male umano con una potente ottica antropologica. Anton, prima dell’attentato, aveva conosciuto sui banchi di scuola il figlio di Fake Ploeg e ne era stato incredibilmente affascinato: «Provò subito per lui una compassione che non aveva mai provato per nessuno». Negli anni seguenti l’orfano, ormai uomo maturo, rivedrà, uno a uno, tutti i personaggi coinvolti nella tragedia, compreso il figlio dell’aguzzino giustiziato. E ogni volta vivrà un sentimento complesso, quasi impossibile da decifrare, percependo la profonda inadeguatezza dei verdetti di condanna e/o assoluzione nei confronti di questo o di quello. Attenzione: le responsabilità storiche, giuridiche, morali, degli uni e degli altri non verranno sottaciute, né stemperate, tutti saranno messi al muro, inchiodati alle loro negligenze, indifferenze, ai loro egoismi, alle loro meschinità, eppure non basteranno a spiegare davvero quanto accaduto. Giudizi e verità non sempre coincidono.

Lo scrittore non si accontenta dei registri storici, vuole scavare più a fondo, nei recessi in apparenza impenetrabili della natura umana, così poco rassicurante e orribilmente spietata. Sin dall’inizio la sua riflessione si carica di forza introspettiva: «Era come se il tempo che scorreva facesse brillare ogni cosa, come le pietruzze sul fondo di un ruscello». Al cospetto della malvagità, grande e piccola, esibita o meschina, Anton si sente smarrito: «Guardò fuori dalla finestra: gli alberi nudi, ricoperti di brina, impassibili; per i quali la guerra non esiste». La sua vita sembra prendere largo: si sposa, divorzia, poi si risposa, ha dei figli, ma in realtà il buco nero dentro di lui non smette di chiedergli udienza: «Una volta iniziata, una cosa non termina più, neppure dopo essere finita». La stessa specializzazione di anestesista, tesa a provocare l’incoscienza nei pazienti da operare per evitare di farli soffrire, assomiglia simbolicamente a un singolare contrappasso, visto che il progressivo ritorno alla memoria di quella sera maledetta chiede all’inquieto protagonista un continuo rendiconto. Quando deve spiegare alla figlia sedicenne con cui va più d’accordo ciò che gli capitò da bambino, capisce che in realtà non può farlo: «Raccontò a Sandra com’era stato il paesaggio una volta, ma vide che lei non riusciva a immaginarselo…». E come farle allora capire tutto il resto?

Mulish ci porta a indagare sul tempo e, attraverso quello, sul nostro destino: «Per lui era a partire dal passato che gli avvenimenti si andavano realizzando nel presente, nel loro fluire verso un futuro nebuloso». Il punto più intenso raggiunto dal romanzo è quando ad Anton torna in mente un vecchio esperimento fatto da piccolo insieme allo zio: «In una soluzione di silicato di potassio… aveva lasciato cadere alcuni cristalli di solfato di rame – quei cristalli di un blu indimenticabile, che avrebbe rivisto molto più tardi a Padova negli affreschi di Giotto». Il composto chimico acquisiva un’esistenza autonoma con effetti mirabili e imprevedibili, sganciati dal dominio scientifico. La tecnica usata in soffitta si chiamava “vita artificiale”. E se anche la nostra vera esistenza, lascia intendere Mulish, fosse così, bellissima e incomprensibile?

L’articolo “L’attentato”, il racconto di Mulish sull’occupazione nazista in Olanda proviene da Il Riformista.