• Gio. Giu 24th, 2021

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Caso Pegaso, gli avvocati si scagliano contro i Pm: violati i nostri diritti

L’inchiesta Pegaso sull’iter che ha portato all’approvazione di un emendamento che equipara il regime fiscale di università statali e non, già bocciata dal Riesame che ha annullato il sequestro di pc e cellulari disposto dalla Procura di Napoli, è ora al centro di un esposto disciplinare ai procuratori generali di Cassazione e Corte d’appello e di una forte presa di posizione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati partenopei.

L’avvocato Francesco Fimmanò, coinvolto nell’indagine per il suo ruolo di difensore in un procedimento penale su una verifica fiscale da cui ha tratto origine l’inchiesta sulla presunta corruzione coordinata dal pm Henry John Woodcock, ha chiesto ai procuratori generali della Corte di Appello di Napoli, Luigi Riello, e della Cassazione, Giovanni Salvi, di accertare se vi siano stati «comportamenti gravemente scorretti nei confronti delle parti, dei loro difensori», «grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile», «travisamento dei fatti determinato da negligenza inescusabile».

Lo scorso 2 febbraio l’avvocato Fimmanò, professore di Diritto commerciale e componente del Consiglio di presidenza della Corte dei Conti, si è visto piombare in camera da letto due finanzieri che gli hanno sequestrato il cellulare invitandolo a scendere in pigiama al piano terra perché, come ricorda lo stesso legale, «il pm Woodcock era appositamente venuto a trovarmi a casa per notificarmi degli atti»: un sequestro che il Riesame ha annullato ritenendo l’ipotesi investigativa «frutto di palesi equivoci, errate ricostruzioni e contraddizioni logiche» e stigmatizzando le scelte degli inquirenti. Non è tutto.

Il fatto che Fimmanò sia finito all’attenzione degli inquirenti per il suo ruolo di difensore in una vicenda parallela ha spinto i vertici dell’avvocatura napoletana a intervenire formalmente. E così, nella seduta del 31 marzo del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli, è stato messo a verbale che «il coinvolgimento nell’indagine di Fimmanò e la stessa iniziativa cautelare risultano strettamente connesse allo svolgimento dell’attività professionale in forza di un legittimo incarico di prestazione d’opera, finendo con il ledere i principi di libertà, autonomia e indipendenza dell’avvocato e, in ultima analisi, il ruolo e la funzione del difensore». Di qui la strigliata alla Procura partenopea: «Gli organi inquirenti serbino il doveroso rispetto per la classe forense e per la funzione del difensore senza ispirare il proprio operato a inconsistenti e apodittiche ipotesi accusatorie»

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