• Dom. Giu 13th, 2021

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Assegno unico per i figli, ben vengano 250 euro ma servono anche servizi e politiche attive

La ministra Bonetti esulta perché in Senato è passato con legge delega (ddl del 2014) il provvedimento dell’assegno unico – 250 euro mensile ogni figlio – per le famiglie che assorbirà, pare da luglio, le misure in corso dagli assegni familiari alle detrazioni, al bonus bebè, agli sgravi per famiglie numerose. E sarà esteso -promette- a tutte le famiglie dei dipendenti, autonomi professionisti, incapienti, disoccupati.

Ma sappiamo che una legge delega che peraltro ci ha messo ben 7 anni per essere approvata da un Parlamento improvvisamente di unità nazionale, deve realizzare i regolamenti attuativi e ci vuole tempo e non solo 90 giorni e per ora ci sono solo 20 miliardi a disposizione e servirebbero altri finanziamenti: Bonetti assicura che il governo sta ragionando per aumentare il plafond. Ma non basta perché armonizzare la materia dei sussidi sparsi su più voci sarà comunque una impresa in capo all’Inps e sappiamo che la collaborazione con Anpal è ancora molto fragile. Per usare un eufemismo.

E poi non è solo una questione di assistenza. Le donne in Italia vogliono entrare e rimanere nel mercato del lavoro. E per questo bisognava già da ieri aumentare le politiche attive in favore delle italiane che di resilienza ne hanno avuta anche fin troppa. Significa uno sforzo gigantesco, insieme al ministro Orlando, per riavvicinare il gap tra domanda e offerta anche di nuove figure professionali. Secondo un’analisi del Fondo Monetario Internazionale le fasce più a rischio di disoccupazione o di inattività sono i giovani lavoratori e dunque anche le giovani lavoratrici e coloro che non hanno un’istruzione universitaria. Questo suggerisce che la crisi amplificherà le disuguaglianze. La forza lavoro femminile, concentrata nei settori più duramente colpiti, come la ristorazione e l’ospitalità e la sanità soffre già moltissimo. E ne vediamo i dati dirompenti sulla sua disoccupazione. Inoltre, le limitazioni ai servizi di accompagnamento per i bambini e per gli anziani hanno comportato un ribaltamento degli obblighi di cura sulle famiglie, causando un ulteriore carico di lavoro domestico che ricade soprattutto sulle donne.

Le donne italiane dipendenti delle piccole e medie imprese e le lavoratrici informali considerate di “primo ingresso” soprattutto nelle professioni tecniche, professioni esecutive nel lavoro d’ufficio, professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi, in quanto normalmente associate a un basso grado di autonomia lavorativa e alla scarsa “remotizzabilità” delle mansioni, sono le più esposte alla disoccupazione. E dunque servirà affiancare capacità tecniche di formazione ed erogazione di servizi per facilitare l’occupabilità, ovviamente mettendo in piedi un sistema integrato sul territorio, servizi pubblici/privati per la prima infanzia e per la cura dei non autosufficienti, servizi per la riqualificazione professionale, servizi di accompagnamento al lavoro con decisioni chiare, percorsi attuativi rapidi, esecutori certi, finanziamenti assicurati. Significa rivoltare la contrattazione di prossimità come un calzino e dare al welfare aziendale, certamente gli sgravi fiscali e contributivi, ma soprattutto finalizzati ad aumentare i congedi, la flessibilità lavorativa, implementando i fondi bilaterali e clausole sociali nei rinnovi contrattuali che favoriscano le italiane. Più opportunità, insomma, e meno mancette.

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