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Quanto costano i vaccini Covid e perché la salute deve venire prima del profitto

Virus emergenti. Questa espressione è stata coniata nei primi anni 90 da Stephen Morse, epidemiologo della Columbia University. Dopo di allora, si è intensificata la preoccupazione degli scienziati per i rischi legati alla possibilità che virus presenti negli animali potessero fare il salto di specie e diventare letali per l’uomo, tanto che Joshua Lederberg, microbiologo che ha conseguito il premio Nobel a soli 33 anni, è giunto ad affermare che «l’unica più grande minaccia al continuo predominio dell’uomo sul pianeta è il virus». La voce della scienza non è restata rinchiusa nei laboratori di ricerca.

I divulgatori scientifici hanno portato presto il problema all’attenzione del grande pubblico: l’esempio più noto è il volume Spillover, pubblicato nel 2012 da David Quammen. Contemporaneamente, i virus emergenti hanno cominciato a moltiplicarsi: l’influenza aviaria, l’influenza suina, la sars, l’hiv, ebola. Ciononostante, il Covid19 ha colto di sorpresa una umanità del tutto impreparata. Ed il bilancio dei morti sta lì ad indicare l’inadeguatezza della capacità di reazione, che solo ora, con i vaccini, appare in grado di vincere la sfida. Se si riflette sulla circostanza che il mondo scientifico è concorde nel ritenere che le pandemie sono destinate a riproporsi, con nuovi patogeni, ad un ritmo molto più accelerato che in passato, occorre chiedersi se gli strumenti attuali siano adeguati rispetto alle sfide che verranno.

Tra gli strumenti da prendere in considerazione vi sono anche quelli giuridici, i quali vengono in evidenza soprattutto sotto due aspetti: quello del sistema regolatorio e quello della tutela brevettuale dei vaccini. Per quello che concerne il primo aspetto, in Europa operano l’Ema (European Medicines Agency) e le analoghe agenzie istituite in ogni nazione (per l’Italia l’Aifa, Agenzia Italiana del Farmaco). Ebbene, l’impressione di un eccesso di burocrazia, di una inadeguatezza rispetto all’urgenza di disporre dei vaccini è stata inevitabile, considerata la tempestività con cui le corrispondenti agenzie americana ed inglese hanno agito. Ferma restando la necessità di garantire la sicurezza dei cittadini, occorre che, quando vi sia urgenza, le procedure possano essere più rapide ed incisive.

Più complesso è il secondo problema. Si afferma, in genere, che nel settore farmaceutico il costo fisso dell’innovazione è alto e che, di conseguenza, si può fare affidamento su di una costante innovazione solo nella misura, in cui i risultati dalla medesima raggiunti siano tutelati mediante un brevetto. In questa prospettiva i big dell’industria farmaceutica auspicano addirittura che oggetto di brevetto non siano solo i farmaci, ma anche il target, e cioè l’obiettivo presente nel corpo umano, di solito una proteina, su cui agisce l’ingrediente attivo del farmaco. Va subito detto che, nei paesi europei, non sempre è stato così: fino agli anni ’80 nella maggior parte di essi era brevettabile il processo di produzione di un farmaco, ma non il farmaco in sé. In Italia, il cambio di disciplina è intervenuto a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale (la n. 20 del 1978), che ha dichiarato illegittima, per violazione dei principi di eguaglianza e di tutela dell’iniziativa economica, la precedente disciplina che impediva la brevettazione dei farmaci.

Tuttavia, a fronte della prospettiva di un frequente reiterarsi di pandemie globali sembra necessario verificare se la via del brevetto appaia la migliore. Innanzitutto, non è convincente ritenere che, anche di fronte ad una pandemia, lo stimolo all’innovazione possa venire solo dalla speranza di profitto legata al brevetto. Ritenere che anche quando sia in pericolo l’intera umanità la via di uscita sia offerta solo da una prospettiva di profitto appare una visione che nega non solo l’esistenza di qualsiasi valore morale, ma addirittura l’esistenza dell’istinto di sopravvivenza. Vi sono, poi, due piani, che appaiono decisivi per dare una risposta negativa al quesito.

Il primo di carattere finanziario ed il secondo di carattere sanitario. Per quello che concerne il primo profilo, è stata data da tutta l’informazione ampia evidenza alla circostanza che la ricerca per la messa a punto dei vaccini contro il Covid19 ha larghissimamente beneficiato di finanziamenti pubblici in varie forme: la ricerca di base è stata fatta dai laboratori pubblici di ricerca, le imprese private hanno poi ricevuto finanziamenti a fondo perduto e negli Stati Uniti si è giunti addirittura ad acquistare enormi quantità di vaccino al buio, e cioè prima che la sperimentazione ne verificasse l’efficacia, così accollando il rischio economico dell’insuccesso alla collettività. Del resto, la prontezza della politica di vaccinazione nei vari paesi è stata direttamente proporzionale alla quantità di risorse pubbliche investite. Questa circostanza induce, allora, a riflettere se sia giustificato che su di un vaccino, finanziato con risorse pubbliche, vi possa essere in capo ad un soggetto privato il diritto di esclusiva, che assicura il brevetto.

Sul piano sanitario, poi, egualmente diffusa è la informazione che, di fronte ad una pandemia, l’unica soluzione efficace, per impedire il formarsi di varianti resistenti al vaccino, è una vaccinazione che coinvolga massicciamente tutta la popolazione umana. Ecco, allora, che un sistema basato sulle privative, come tale destinato ad operare in un mercato regolato dalla legge della domanda, non sembra conciliabile con il proposito, tendenziale, di vaccinare l’intera popolazione umana, e perciò a prescindere dalla tipica relazione di mercato tra domanda e offerta. È significativo, del resto, che negli stessi Stati Uniti, patria del libero mercato, la vaccinazione sia stata presa in carico dalla sanità pubblica e non affidata al libero mercato. Si deve aggiungere che la presenza di un profilo mercantile introduce elementi di ambiguità, assolutamente controproducenti.

La vicenda Astrazeneca è emblematica. In Inghilterra, alla fine di marzo le persone già vaccinate erano oltre 27 milioni, di cui circa 2 milioni e mezzo hanno avuto la seconda dose. Dei circa 30 milioni di vaccini utilizzati, approssimativamente la metà è stata costituita da Astrazeneca e l’altra metà da Pfizer. Le morti che sono seguite alla vaccinazione (si badi bene seguite, ma di cui non è stata accertata la connessione) sono state poco meno di 300 per Pfizer e poco più di 400 per Astrazeneca: nel primo caso lo 0,002% e nel secondo caso lo 0,0026%. La differenza è statisticamente ed epidemiologicamente insignificante e, dunque, è inevitabile chiedersi quale sia la ragione della diversità di informazione, che ha riguardato gli eventi avversi dei due vaccini.

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