• Mar. Giu 15th, 2021

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La tutela legale del know how, un paradosso tutto italiano…

Ha una natura incorporea, essendo costituito della materia della conoscenza. Ma il know-how rappresenta senza dubbio una ricchezza primaria e una risorsa strategica da cui può dipendere la stessa capacità di un’impresa di restare sul mercato e proteggere nel tempo il suo valore economico.

Nell’ordinamento italiano viene sanzionata la rivelazione o l’impiego di segreti professionali o di segreti scientifici o industriali. Il know-how, insomma, non consiste in un diritto tutelato in assoluto, ma in un diritto tutelato solo al verificarsi di determinate circostanze. Nel nostro Paese è vietata la rivelazione, l’acquisizione o l’utilizzo di informazioni aziendali, in modo contrario alla correttezza professionale, sempre che l’interessato abbia adottato misure idonee a mantenere tali informazioni segrete. Se le conoscenze brevettate sono protette di per sé, le conoscenze segrete sono protette solo in presenza di un comportamento professionalmente scorretto. Questa tutela, oggi, è sufficiente? E chi è chiamato ad applicare la legge ritiene che il nostro impianto normativo sia in grado di offrire le giuste protezioni? E non è un paradosso che in un Paese famoso per la sua capacità di inventiva, non corrisponda a questo talento una cultura di tutela e gestione del patrimonio intellettuale? Senza dimenticare che i fondi del Recovery Fund determineranno un ulteriore impulso alle imprese capaci di produrre innovazione e questo ambito rafforzò ulteriormente la necessità di tutela.

Su questa domanda, non banale tanto più in tempi di emergenza pandemica e di dibattito aperto sui brevetti sui vaccini, si è concentrato un webinar, organizzato da The Skill e dallo Studio Bana. “Il reato di rivelazione di segreti scientifici e commerciali è insufficiente, la sanzione è poco severa e non coinvolge la società che trae beneficio dalla condotta criminosa – ha spiegato Eugenio Fusco, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano – recentemente anche la Cassazione in una sentenza che risale al luglio del 2020, ha ribadito che la tutela che è accordata da questa norma ha un’ampiezza concettuale superiore rispetto alla disciplina civilistica”. Altro nodo focale della contraffazione è Internet: chi produce e vende materiale contraffatto, è spesso “coperto” e protetto dalla rete: “Nel mio ufficio ci siamo recentemente occupati di alcuni oggetti introdotti in e-commerce, in particolare delle sneakers, molto care, di nicchia, prodotti molto richiesti perché non facilmente trovabili nei negozi al dettaglio. Queste scarpe sono state immesse nella rete a un prezzo di mercato, ma più conveniente rispetto a quello original. Quello di cui ci siamo accorti – ha proseguito Fusco – è che il denaro ricavato dalla vendita alimenta ancora di più la contraffazione, questa ditta in particolare ha fatturato oltre 300mila euro, per quanto ci riguarda siamo intervenuti, ma non ci è possibile fare perquisizioni, perché con Internet non si capisce dove venga commesso il reato. Dietro a questo mercato – ha concluso il magistrato – ci sono la Cina e la Turchia”.

L’effetto della carenza di norme che disciplinino la proprietà industriale investe, naturalmente, il grande dibattito sui vaccini e sulla liberalizzazione delle licenze. Un dibattito che non può prescindere dalla proprietà industriale non solo del brevetto in sé, ma anche del know how che la realizzazione del vaccino comporta. “Chi parla di liberalizzare le licenze non sa che questa non è una strada percorribile, il problema non sono i brevetti ma le informazioni e le conoscenze sviluppate da chi ha realizzato i vaccini” spiega l’avvocato Enrico Adriano Raffaelli, esperto di diritto della concorrenza.

Le informazioni sensibili non sono solo le “ricette segrete” dei vaccini, ma anche altre informazioni che circolano nelle aziende e che sono a disposizione di quasi tutti i dipendenti, ma che sono altrettanto preziose e meritevoli di protezione, “come la lista clienti di un’impresa. Immaginiamo il danno enorme che ne patirebbe l’azienda se qualcuno le cedesse ad altri concorrenti”. Il “tema dipendenti” apre un capitolo fondamentale nella tutela della segretezza. Che succede quando il dipendente di un’impresa X viene ingaggiato e assunto da un’impresa y concorrente? Come si misura il valore aggiunto personale del dipendente rispetto alle informazioni segrete che ha maneggiato fino a poco prima nell’azienda in cui ha lavorato? “Il tema in questione riguarda il diritto industriale, il diritto del lavoro e il diritto penale – spiega l’avvocato Luca Trevisanè gravissimo il pericolo di rivelazioni di segreti industriali tra aziende rivali concorrenti, le norme penali ci sono, e talvolta anche queste bastano per fare da deterrente, tuttavia è necessario un continuo dialogo tra discipline”.

Recentemente EUIPO, l’Ufficio dell’Ue che si occupa di proprietà intellettuale e EPO (European Patent Office) hanno pubblicato uno studio congiunto che indaga sulle possibili connessioni tra le performance del business e diritti di proprietà intellettuale nel periodo 2007-2019 su oltre 127 aziende europee in 27 stati membri. L’indicazione è stata inequivocabile: le imprese titolari di brevetti e marchi generano un fatturato per dipendente del 20% maggiore rispetto a quelle omologhe senza un portafoglio di PI. Una tendenza che aumenta quando ci si riferisce alle pmi. Una correlazione positiva tra le aziende che investono in proprietà intellettuale e quelle che non lo fanno che fa capire ancora di più quanto sia necessario investire nella tutela dei vari ambiti dell’economia della conoscenza.

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