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Terza dose del vaccino anti-covid: l’ipotesi per combattere le varianti

L’ipotesi di una terza dose del vaccino anti-covid potrebbe essere la strada che le agenzie sanitarie suggeriranno o intraprenderanno da qui a qualche mese. Un’ipotesi realistica, scrivono i media, sulla base di studi pubblicati su riviste scientifiche. Un’arma in più per contrastare le varianti del coronavirus. Una terza dose potrebbe rinforzare gli anticorpi neutralizzanti. Le case farmaceutiche Pfizer-BioNTech e Moderna sono già al lavoro sull’ipotesi.

Si tratta di preparati che vanno somministrati in due dosi, con il richiamo, come quello AstraZeneca. Entrambi tra i quattro approvati e distribuiti sia in Europa che in Italia. Pfizer ha in corso una sperimentazione con volontari che hanno accettato di ricevere una terza iniezione. Lo studio è alla fase 1 e dovrà verificare sicurezza ed efficacia di una dose aggiuntiva nel rinforzare immunità contro il proliferare delle varianti. Moderna pensa a una terza dose per rinforzare gli anticorpi neutralizzanti, che nel suo caso sarebbero fino a sei volte meno efficaci contro le varianti inglese e sudafricana.

Il Regno Unito si è già portato avanti. Londra ha vaccinato (dati di fine marzo) oltre 30 milioni di persone con una dose, circa il 57% della popolazione. Il sottosegretario alla Sanità Nadhim Zahawi in un’intervista al Daily Telegraph ha anticipato che comincerà a somministrare una terza dose a settembre. Precedenza alle categorie a rischio e agli over 70.

Paolo Pandolfi, direttore del dipartimento dell’Asl 4 di Bologna, è stato tra i primi in Italia a parlare di terza dose. “Ci sono studi pubblicati su Science che indicano che la malattia si sta trasformando in una condizione di endemia, cioè di una condizione presenza del contagio ad alti medi o bassi livelli, che però è sempre presente uniformemente sul territorio – ha detto in un’intervista alla trasmissione Tagadà di La7 – Questo vuol dire che con la vaccinazione e il distanziamento si riesce a trasformarla in endemia; nel momento in cui c’è una situazione di endemia è probabile che, visto che non conosciamo ancora qual è l’efficacia dei vaccini, potrebbe esserci la possibilità di fare un’altra dose. Tipo la vaccinazione anti-influenzale”.

Le varianti possono “condizionare sia l’endemia che la pandemia. Al momento mi sembrano tutte ben gestite dagli attuali vaccini. È certo che nel momento in cui abbiamo molti virus in circolazione, il rischio di avere più varianti è possibile perché il virus fa il suo lavoro, muta, e quindi sempre di più quando ha possibilità di replicarsi nel contesto in cui viviamo”.

IMMUNITA’ – L’immunità dopo la seconda dose del vaccino Pfizer non dovrebbe essere inferiore a sei mesi. Uno studio sulla popolazione di Vo’ Euganeo, il comune veneto dove è stata registrata la prima vittima italiana per complicanze dell’infezione, ha rilevato un’immunità di almeno 10-11 mesi, ha detto il virologo Andrea Crisanti. Ian Haydon, biotecnologo e divulgatore scientifico americano, noto per la sua partecipazione alla sperimentazione del vaccino di Moderna, ha recentemente ha rivelato alla CNN di aver ricevuto il terzo richiamo.

ALTRE DOSI – Non è escluso che si potrebbe arrivare a un vaccino annuale come contro l’influenza. Si studia quindi un preparato a dose unica per il richiamo annuale dal 2022. Un siero più facile da conservare, a temperature più alte. Si lavora anche a vaccini specifici contro le varianti, come sta facendo Pfizer con quella sudafricana. Per aggirare il problema del reperimento delle fiale, in Regno Unito si sta lavorando al Mix-and-Match: seconda dose di un vaccino diversa rispetto alla prima. L’università di Oxford sta sperimentando l’opzione su oltre 800 volontari in uno studio. Per alcuni scienziati l’opzione potrebbe portare risultati anche superiori alle aspettative. Una simile soluzione era stata già adottata contro hiv ed Ebola.

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