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Mamma Denise: “A 14 anni mio figlio rischia la casa famiglia”

ROMA – Marco (il nome è di fantasia, ndr) ha 14 anni. È affidato ai servizi sociali e collocato col padre, ma ‘vuole stare con la mamma’. Lo dice, a più riprese, al giudice in un’udienza del Tribunale dei minorenni di Brescia e alla Ctu (Consulente tecnica d’ufficio, ndr) nominata nella primavera del 2020 dal Tribunale ordinario di Bergamo per il procedimento giudiziario di divorzio dei suoi genitori. È con la mamma, Denise (il nome è di fantasia, ndr), che Marco è rimasto durante il lockdown grazie a un giorno di visita materno dopo il quale si è trattenuto a casa sua, ‘l’unico momento in cui lo abbiamo visto bene questo ragazzo’, racconta all’agenzia di stampa Dire la donna. Eppure Marco ‘vive perennemente una situazione di forte disagio, con la paura che, se non rispetta quello che gli viene chiesto, finirà in una casa famiglia’, denuncia alla Dire il legale della mamma-coraggio, l’avvocato Miraglia.

Io voglio stare con mia mamma– dichiara il ragazzino alla Ctu in uno dei suoi colloqui col minore, riportato in relazione- la mia preoccupazione è che se non ci sto, poi? Il problema è un altro, la scuola, il prossimo anno… se non ci sto poi i voti calano, vado in una scuola che non ci voglio neanche andare magari…’. La scuola, i voti, i continui spostamenti, sono tra le principali preoccupazioni del ragazzo e di Denise, che racconta di un ‘calo del rendimento causato proprio dal trasferimento a casa del padre’, confermato anche dalle professoresse dell’istituto frequentato, anche se nel complesso ‘la scuola ha fornito elementi positivi- si legge nella Ctu- Oltre all’approfondimento di una eventuale dislessia- scrive più avanti la psicologa e psicoterapeuta incaricata dal tribunale- le difficoltà scolastiche vengono attribuite anche alle lacune che si trascina a causa dei vari passaggi e cambiamenti di scuola’.

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Ma perché Marco non può stare con la mamma, anche se continua a chiederlo disperatamente? ‘Inizialmente mio figlio era collocato con me- racconta Denise- Tra convivenza e matrimonio sono stata undici anni con mio marito, una persona molto apatica, anaffettiva, fredda. La prima sberla me la diede quando ero incinta, vicino al portone di casa. Poi quando ho partorito ha cominciato a darmi degli ordini assieme a sua madre’. È un vissuto di ‘violenza psicologica‘ quello descritto da Denise, confermato da alcune parole dell’ex marito in Ctu, in cui la sminuisce: ‘Al suo arrivo a Bergamo non aveva né arte né parte (…) Non aveva nemmeno una cultura culinaria, non sapeva nemmeno mangiare, non conosceva i sapori. L’ho portata a mangiare in tanti posti e si è appassionata. Ho cercato di colmare quelle lacune e di renderla autosufficiente per avere al fianco una donna e non una bambina’.

‘Ci siamo sposati, ma il rapporto fu da subito problematico fino a quando ha cominciato a entrare su Facebook e a giocare- continua Denise- Andavamo in Sicilia dai miei a Natale e parlava da solo. Si puntava la sveglia di notte per andare a combattere sui videogiochi, che lui manifestava come reali, dicendo frasi tipo: ‘Devo mandare degli alleati a combattere’. A quel punto mi allarmai e chiamai un centro per le dipendenze online di Monza- dice- Parlai con un operatore e mi disse che, se lui non riconosceva di avere un problema, non si poteva fare niente. Da lì cominciò ad alzare le mani quando gli chiedevo di staccare o gli toglievo la rete wi-fi, e, a forza di calci e pugni, un giorno mi mandò all’ospedale‘.

Dopo la denuncia e l’avvio della separazione giudiziale si apre un procedimento per violenze a carico dell’ex marito di Denise che però viene archiviato. ‘Mio figlio inizialmente venne collocato a casa mia- ricorda la donna- Il mio ex era assente e anaffettivo col figlio e a Marco questo padre era indifferente. È capitato che lo abbia dimenticato a scuola perché stava giocando. Ho fatto denunce su denunce, tutto archiviato’. Di questa ludopatia che domina il racconto della donna sulla relazione della Ctu non c’è quasi traccia. Viene nominata solo dall’uomo in uno dei colloqui congiunti: ‘(L’uomo, ndr) Precisa, su richiesta, che la ludopatia non è stata riscontrata da nessuno ed è lei a dirlo’. Nessun approfondimento in merito al racconto della donna, che invece nella risposta al quesito è definita dalla Ctu come ‘non in grado di favorire l’accesso alla figura paterna, la quale viene piuttosto screditata e disconosciuta, spostando la responsabilità sul minore stesso’.

‘Secondo la Ctu andava preferito il collocamento prevalente presso il padre perché io facevo ostruzionismo- ricorda Denise- Sono stata più volte definita una ‘mamma ostativa’, che faceva da madre e da padre, mentre la sua ludopatia non è mai emersa nella Ctu e lui non è mai stato periziato’. L’aspetto di una sorta di ‘ostruzionismo materno’ già era stato messo nero su bianco nel 2016, in una prima sentenza della causa civile di separazione, preceduta da un’altra Ctu: ‘Già nella prima relazione depositata dal Ctu- si legge nel dispositivo- risulta evidenziato con chiarezza l’atteggiamento ostativo assunto dalla madre rispetto alla regolare frequentazione del figlio minorenne con il padre, nonostante la vigenza dei provvedimenti provvisori rimasti in un primo tempo sostanzialmente inattuati (…). Il Ctu ha segnalato la necessità di un intervento dei servizi sociali quali organo terzo indispensabile per garantire la realizzazione di una regolare frequentazione paterna’.

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Ma lo stesso Marco sembra smentire questa ricostruzione: ‘Quando voglio vedere il papà lo faccio senza problemi’, dice al giudice del Tribunale per i Minorenni di Brescia in un colloquio del 2019, quando aveva già 13 anni. E ancora, sul suo desiderio di passare tempo col papà: ‘Io sinceramente vorrei stare più con mia mamma che con mio padre (…) più che altro per la pulizia della casa e poi perché mi aiuta a fare i compiti, mi porta a calcio, mi compra le cose’; ‘Io e mio padre non facciamo niente insieme’; ‘Se ho un problema preferisco parlarne con mia mamma, perché mi ascolta di più‘. Poi entra nel dettaglio: ‘A volte il papà non mi ascolta, quando per esempio gli chiedo di venire a giocare a pallone mi dice ‘un attimo’ e poi non viene e se ne sta sul divano a guardare la tv’. E sulla scuola, preoccupazione costante di Marco: ‘È vero che prendo delle note perché mi presento a scuola senza aver fatto i compiti se il giorno prima sono stato con mio padre’. Nella relazione della Ctu, però, mentre a Denise viene diagnosticata ‘un’alterazione distimica, all’interno di un funzionamento difeso e rigido’ e nelle conclusioni ‘si ritiene importante una presa incarico presso il Cps (centro psico-sociale, ndr)’, all’ex marito viene riconosciuto ‘un funzionamento personologico efficace nella gestione degli eventi, ivi inclusi quelli percepiti come dolorosi o problematici’. Per Marco, invece, ‘si ritiene urgente una presa in carico presso il servizio di Neuropsichiatria infantile’, viene confermata la proposta di ‘collocamento paterno’ e per l’anno a venire ‘si ritiene utile che il ragazzo possa frequentare una forma di Scuola Convitto oppure un Centro Diurno al termine della scuola scelta’. Ma l’aspetto più preoccupante per Denise è che la relazione si chiuda così: ‘Qualora gli interventi dei servizi non funzionassero, sono possibili situazioni più estreme quale possibile valutazione’ e ‘potrebbe essere valutato e proposto un collocamento in struttura comunitaria’.
‘Siamo in attesa di una sentenza che ci dovrebbe essere a giugno- fa sapere Miraglia- Il problema è che si fa tanto parlare dei diritti del minore – di un adolescente in questo caso – e poi si nega puntualmente il diritto all’autodeterminazione di questi ragazzi. Un ragazzino che si sente dire perennemente ‘O fai così o vai in casa famiglia’, lo aiutiamo sul serio? Si tratta di una violenza inaudita e di una violazione dell’ascolto del minore, di quelle norme secondo le quali deve essere protagonista delle sue scelte e non può essere estromesso dalle decisioni che lo riguardano, a maggior ragione se adolescente come in questo caso’. Anche nel caso di Denise ‘si fa riferimento a una sorta di alienazione. Ormai è diventata una moda- osserva il legale- a discapito di quanto stabilito dalla Corte di Cassazione che dice che si tratta di un’invenzione. La bigenitorialità non deve essere un diritto ad ogni costo, bisogna valutare caso per caso. Qui si fa una violenza a un ragazzo imponendogli di frequentare un genitore, invece si dovrebbe lavorare sul perché non vuole andare dal padre. In questo caso, qual è la colpa della mamma?’. E chiude: ‘Mettiamo il caso che ci fosse un provvedimento di collocazione di Marco in casa famiglia. Come lo prendono questo ragazzino? Con la forza, con la violenza, con l’esercito? Costringere qualcuno con violenza o minacce a fare qualcosa è un reato, il 610 del Codice Penale. Si tratterebbe di una violenza privata’.

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