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Letta può esser diverso da Renzi ma non solo, e può farlo a partire da due scelte

Letta avrà quel che ebbero tutti i suoi predecessori: vice, segreteria, capi dei gruppi parlamentari. Si sapeva già da prima e le proteste di oggi sanno solo di manfrina. Ma se Letta avrà quanto la folla dei predecessori, non gli basterà per non sparire in quella folla.

Si confronti: Letta, come Draghi, è risultato dell’emergenza. Epperò: Draghi sarà protetto nell’emergenza e per lungo tempo. Quando scemerà quella Covid, sarà emergenza sui mercati: del lavoro, con i licenziamenti; del credito, con i fallimenti; della finanza, con lo spread. Chi volesse “toccare il conducente”, dovrà pagare il conto, assieme al Paese.  Nel caso di Letta, non ci sono ripari. Presto o tardi tornerà la guerra e ci sarà un altro “caduto”. Letta deve allora tentare e fare qualcosa che mai è stato fatto.

Con una premessa: la sterminata letteratura sulla crisi delle forme di rappresentanza non può essere un alibi. Quello che di fatto autorizza il primo partito nei sondaggi ad essere un commissariato: la Lega, dove tutti gli organismi sono commissari del “comandante”. Per tacere del primo partito in Parlamento, aduso a cambi di regole, a questo punto cosiddette, democratiche ad ogni convenienza del momento. Per ora, la critica della rappresentanza ha prodotto solo il qualunquismo della rappresentanza.

Il PD allora, che non è primo in Parlamento né nei sondaggi, ha l’occasione di essere il primo che risponde ad una domanda di partecipazione e di senso che ad oggi non ha trovato risposta. E quindi: la forma di partito del PD è vecchia e superata, figlia del secolo scorso, etc.? Ebbene: e allor si cambi.

Cosa mai tentata da nessuno dei predecessori di Letta. Perché le primarie, comunque si giudichino, nulla hanno cambiato. Forse solo rafforzato l’autosufficienza dei gruppi dirigenti e la loro noncuranza della forma di partito. Emblematico Renzi: vinte e rivinte le primarie, mai ha “chiamato al gioco” il partito degli iscritti e/o delle primarie che volesse. L’uomo solo al comando, voleva cambiare l’Italia e non ha neppure dato aria al partito. Letta può esser diverso da Renzi ma non solo. E può farlo a partire da due scelte.

Primo: sulla collocazione del partito nelle istituzioni, si faccia come l’’EPD, il Partito Socialdemocratico Tedesco, che decise con un referendum degli iscritti sulla prosecuzione della große Koalition. Poteva essere fatto sul pronunciamento del PD nel referendum sull’autonomia promosso dalla Lega in Veneto. Qui votano solo gli iscritti e può essere utile il web.

Secondo, ma non secondo: c’è un deficit politico, di idee, di identità. Si promuova allora, anno dopo anno, un grande tema necessario a conseguire lo sviluppo del Paese nella libertà e con equità.

Ad es. nel 2021: il lavoro. Appaltato di fatto dal PD alle rappresentanze, sindacali in primis, CGIL innanzitutto. Con il risultato che gli operai votano Lega ed i giovani tecnici 5Stelle. Letta, il gruppo dirigente del PD, ha il compito di ri-assumere questo tema, via via con gli altri.

Affrontando due duri scogli: essere radicali, perché è dalle radici che si costruisce e ricostruisce identità. E maggioritari, per conquistare quel campo che decide chi governa il Paese. Non è affare da risolvere dalle 10 alle 18, tra gli iscritti, come fanno i 5Stelle.  Serve un grande progetto del gruppo dirigente, un vero dibattito a tutti i livelli, tra gli iscritti, ma anche tra i simpatizzanti. Che si decide col voto referendario del “popolo delle primarie”, mai chiamato sui programmi.

Ciò consentirà, infine ma non per ultimo, di verificare sul campo le capacità di ogni gruppo dirigente del partito, a partire da quello nazionale.  Di tagliare l’erba sotto i piedi ai signori delle tessere, chiusi nei circoli dove non circola più nessuno. E dare occasione di emergere a chi, ad ogni livello, sa essere punto di riferimento di una comunità che cresce, che ascolta ed è ascoltato.

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