• Lun. Giu 21st, 2021

Red Viper News

L'aggregatore di notizie di Red VIper

Garanzie e libertà non possono essere la Cenerentola del diritto

La perenne contrapposizione dialettica fra politica e magistratura non può impedire che si discuta dei problemi concreti della quotidianità giudiziaria che vanno affrontati e risolti all’insegna della buona amministrazione.
Sono anni che il palese malfunzionamento della macchina impedisce il rispetto dei diritti e dei doveri sacramentati dalla Carta Costituzionale. Eppure si fanno riforme che puntano agli effetti e non alle cause. Esempio lampante è la prescrizione: non si adottano misure per accelerare il processo penale, ma si decide di celebrarlo in eterno. Con buona pace del giusto processo, della ragionevole durata, della presunzione di innocenza e della rieducazione della pena. Ed è proprio quest’ultima a tenere banco nel Tribunale di Sorveglianza di Napoli. Da decenni.

A nulla sono servite le doglianze della classe forense che, non solo oggi, denuncia tempi lunghissimi per la registrazione delle istanze provenienti dai detenuti e dai loro difensori, continui rinvii delle udienze dovuti a carenza o assenza di istruttorie, intempestività dei provvedimenti rispetto al fine pena o alle esigenze degli istanti, ritardi nella decisione delle richieste di detenzione domiciliare per motivi di salute e ulteriori criticità e disfunzioni. A nulla sono servite le segnalazioni dell’ormai ex presidente Adriana Pangia, da poco in pensione, a Ministero della Giustizia, Dap, Regione Campania e Comune di Napoli per denunciare la carenza di personale amministrativo nel Tribunale di Sorveglianza. Segnalazioni rivolte non oggi, ma dal 2016 e per tutta la durata del suo mandato. E la recente querelle nata a seguito del dossier inviato al Csm dall’attuale presidente Angelica Di Giovanni, allo stato facente funzioni, sembra più un grido di dolore che uno scontro fra posizioni antagoniste. La Camera penale di Napoli ha doverosamente puntualizzato che la carenza di mezzi e risorse provoca la sistematica violazione dei principi costituzionali e dei diritti dei detenuti, mortificando il lavoro e i sacrifici di tutti gli operatori coinvolti.

È arrivato il momento che la politica faccia la sua parte, non per discutere dei massimi sistemi del processo penale né tanto meno per domandarsi se Montesquieu avrebbe ancora ragione oggi, ma per amministrare adeguatamente la cosa pubblica (in pratica, rispettando i fondamentali delle proprie prerogative) e risolvere tutte quelle disfunzioni che mortificano l’esecuzione penale. Avvocatura e magistratura, da tempo, chiedono all’unisono che la Sorveglianza non sia la Cenerentola della Giustizia e che il principio costituzionale della rieducazione della pena non resti lettera morta a Napoli. E non c’è spazio per una lotta di classe.

Non v’è e non ci deve essere contrapposizione in una battaglia di civiltà giuridica che vede un’unica responsabilità, quella della politica: ci sono circa 52mila procedimenti arretrati, come lamentato dal presidente della Corte d’Appello di Napoli, nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, con una scopertura della pianta organica del personale di quasi il 50%.  Ci vogliono risorse e ci vogliono subito, affinché le decisioni in tema di garanzie e libertà dei detenuti siano tempestive, i reclusi non perdano la speranza di essere ascoltati e il carcere non perda umanità. L’interrogazione del collega Riccardo Magi va condivisa: è solo l’inizio di una battaglia che continueremo in Commissione Giustizia alla Camera.

L’articolo Garanzie e libertà non possono essere la Cenerentola del diritto proviene da Il Riformista.