• Mar. Giu 15th, 2021

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Per contrastare il virus bisogna smettere di mettere le persone in prigione

In questi tempi di crescente diffusione di focolai da coronavirus in numerosi istituti penitenziari le carceri stanno vivendo una situazione assolutamente paradossale. È noto che il distanziamento è la prima essenziale misura per difendere sé stessi dal contagio e per evitare che i contagiati asintomatici inconsapevolmente lo diffondano, ma il carcere è per definizione un luogo affollatissimo, ove detenuti e agenti di custodia trascorrono, gli uni vicini o vicinissimi agli altri, i primi l’intera giornata, i secondi le ore del turno di lavoro.

In particolare, le carceri italiane sono affollatissime, al punto che in più occasioni il Consiglio d’Europa ha condannato l’Italia per l’eccessivo superaffollamento, e tuttora i detenuti sono più di 52.500, numero che continua ad essere di gran lunga superiore alla capienza ordinaria di 47.000 unità. Secondo gli ultimi dati disponibili sul sito del ministero della giustizia, risalenti al 29 marzo, i detenuti positivi al contagio erano 683 e gli agenti di custodia 797, per fortuna diminuiti rispetto ai contagiati al 30 novembre 2020 (882 detenuti e 1042 agenti di custodia), ma sempre proporzionalmente assai più numerosi rispetto alla percentuale della popolazione libera. Diciotto sono stati i detenuti stroncati dal coronavirus dalla primavera del 2020 al marzo 2021.

È dunque prioritaria l’esigenza di diminuire sensibilmente il numero dei detenuti, onde evitare che le carceri continuino ad essere, come sono attualmente, un perfetto focolaio patogeno di trasmissione del contagio sia all’interno del carcere stesso che all’esterno, attraverso i detenuti dimessi, nonché gli agenti di custodia e i detenuti in semilibertà che entrano ed escono ogni giorno. Alla fine di ottobre 2020 era intervenuto un decreto legge contenente alcune misure volte a diminuire la popolazione carceraria, con l’obiettivo di contenere la diffusione del contagio. Sono state aumentate sino al massimo di 45 giorni all’anno sia le licenze premio ai detenuti in semilibertà, sia i premessi premio per regolare condotta. L’ammissione alla detenzione domiciliare è stata estesa ai condannati a pena non superiore a 18 mesi di reclusione, anche se costituente residuo di maggior pena. Si tratta in realtà di misure molto timide, inidonee a cagionare sensibili riduzioni della popolazione carceraria. Al fine di ottenere un’effettiva riduzione del sovraffollamento alcune personalità di rilievo insieme a circa 700 detenuti e centinaia di cittadini si erano impegnati a partire dal mese di novembre 2020 in un’azione non violenta di protesta mediante uno sciopero della fame “a staffetta”.

Gli obiettivi di questa inedita forma di protesta sono tuttora pienamente condivisibili. In particolare si segnala il blocco dell’esecuzione delle sentenze definitive di condanna a pena detentiva sino alla fine dell’emergenza da coronavirus, per evitare l’ingresso in carcere di nuovi detenuti. La proposta era stata condivisa da un magistrato illuminato quale è il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, «a meno che il condannato possa mettere in pericolo la vita propria o altrui». La drammatica situazione carceraria era stata affrontata anche dall’associazione Medici senza frontiere (Msf), ben consapevole che la pandemia stava trasformando gli istituti di pena in un mortifero e incontrollabile serbatoio di contagio. Esperti dell’Associazione avevano elaborato un articolato progetto per contenere la propagazione del virus e proteggere i detenuti e tutte le categorie di operatori penitenziari. Msf ha così organizzato in quattro istituti penitenziari della Lombardia corsi di formazione rivolti ai rappresentanti dei detenuti e agli agenti di custodia, ai quali è riservata particolare attenzione in base al rilievo che «entrano ed escono continuamente dal carcere e quindi possono essere un facile veicolo di contagio».

È motivo di consolazione che vi siano stati e vi sono volontari che si stanno efficacemente impegnando per rendere meno drammatica la situazione delle carceri, con modalità che si propongono di coinvolgere e di responsabilizzare direttamente le due categorie più esposte. Ma soprattutto è un buon segnale che le funzioni di ministro della giustizia siano ora affidate a Marta Cartabia, personalità che ha sempre dimostrato particolare sensibilità per la tutela dei diritti dei detenuti e per le difficili condizioni di lavoro degli agenti di custodia. Sin da quando, in qualità di vice-presidente della Corte costituzionale aveva promosso insieme al Presidente della Corte Giorgio Lattanzi un percorso di visite a numerosi istituti penitenziari.

Non a caso da ministra della giustizia pochi giorni orsono Marta Cartabia ha avvertito l’esigenza di incontrare i vertici dell’amministrazione penitenziaria e degli agenti di custodia e ha avuto occasione di definire «il carcere come luogo di comunità, nel quale la situazione complessiva e il benessere di ciascuno alimenta quello di tutti». Ben consapevole che anche il carcere è una “formazione sociale” e che l’articolo 2 della Costituzione «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità». A partire dal diritto alla vaccinazione.

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