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Nuovo M5S, via simbolo e nome ma nel partito di Conte è già guerra tra le correnti

La discesa in campo di Conte per la rifondazione a 5 stelle parte senza frizzi, in teleconferenza. E non emoziona nessuno, a quanto pare. Quello di leader di partito è un ruolo che non si improvvisa e che è del tutto diverso dall’incarico al Governo. Richiede una conoscenza profonda delle persone che Conte non ha ancora. E di saper reinterpretare il nuovo soggetto politico nell’era Draghi. L’exploit è alle spalle, il trentadue per cento un ricordo e le faide in corso tra correnti e cacicchi non facili da risolvere. “I campani”, il correntone governativo che fa capo a Di Maio, sono invisi a tutti gli altri gruppi; l’associazione ItaliaPiù 2050 prova a ricucire tra le fazioni, ma i ricorsi dei tanti espulsi balcanizzano le spoglie del Movimento che fu, con il 40% degli eletti in Parlamento che non rispondono più all’appello, se non a quello di Di Battista.

Tutti auspicano una nuova struttura organizzativa che dialoghi con i territori e non più sempre e solo in Rete. La fine di un’epoca contrassegnata da un padre-padrone, Beppe Grillo, e di Casaleggio che aveva impostato tutto il Movimento come un Grande Fratello in cui la regìa, da Milano, vedeva tutto e puniva i reprobi. «Il nuovo Movimento sarà accogliente ma intransigente», ha tratteggiato Conte nel suo intervento, iniziando una serie di antinomie alla Veltroni. Con «un’agenda politica profondamente intrisa di una cultura integralmente ecologica e di giustizia sociale, particolarmente attenta all’anticorruzione e all’etica pubblica». Quell’etica pubblica che più di una volta è mancata proprio nel Movimento, poteva obiettare qualcuno. Ma di obiezioni ce ne sono state poche.

Pochi gli interventi, scarse le repliche. Sui social, uno a uno si incolonnano i parlamentari rimasti, con una parola di elogio. Ma il dibattito vero non c’è. Latitano anche i Big: Luigi Di Maio e Paola Taverna hanno affidato le lodi a due brevi post sui social network. Molti i silenzi. Fra gli interventi degni di nota, quello di Vincenzo Spadafora che ha difeso le associazioni “nate spontaneamente” – Conte aveva invece invocato regole “rigide” contro le correnti – e ha lanciato l’avvertimento forse più netto: “Quello del leader non è un percorso né semplice né scontato”.

Conte del resto ha promesso nuovi incontri dopo Pasqua per un confronto più approfondito – e anche un ascolto – sui contenuti del suo progetti di “rifondazione” del M5s. «Sto lavorando nella consapevolezza di creare un confronto dedicato con tutti. Sto facendo un lavoro che quando si completerà sarà sempre preordinato a una verifica finale rimessa alla democrazia digitale, cioè a una votazione chiara e trasparente su una piattaforma digitale». “Una piattaforma”, non quindi “la” piattaforma che finora era stata quella gestita dall’Associazione Rousseau presieduta da Davide Casaleggio.

Tante le incognite aperte: il tema del rimborso, il limite dei due mandati (ed il terzo mandato della Raggi a Roma, che Conte non vuole), il rapporto con Rousseau. I parlamentari sancendo il nuovo passaggio dovrebbero versare 450mila euro di arretrati all’associazione di Casaleggio, ma tutto è in mano alla mediazione dei legali. Una consigliera 5 Stelle del Lazio, Francesca De Vito, lo attacca: “Non abbiamo bisogno di rifondarci, tutti abbiamo firmato per sostenere Rousseau, i debiti si pagano».

Il debito vero che molti eletti hanno è quello di riconoscenza verso chi ha gestito le Parlamentarie. Tagliare il cordone ombelicale è difficile. Sullo sfondo, la stessa collocazione a sinistra. Una scelta di campo, con il rapporto strategico con il Pd, che non sembra digeribile per tutti, a guardare i commenti della base online. La rifondazione non è mai senza strappi, non può essere senza dolore. Una voce raccolta dal Riformista si spinge oltre: «Il simbolo M5S è di proprietà di Grillo, lui e Conte hanno concordato di congelarlo per mettere in pista un nome e un simbolo nuovo». Tanto che al bozzetto stanno già lavorando.

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