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Procuratori zar e la deriva della magistratura: dal disastro della legge Castelli agli aggiunti imposti al Csm

«Quando si discute delle nomine dei procuratori ci sono sempre ‘fibrillazioni’ in Plenum», disse qualche tempo fa Alessio Lanzi, consigliere laico del Consiglio superiore della magistratura in quota Forza Italia. Concetto ribadito anche nel libro di Luca Palamara, Il Sistema, dove i capitoli relativi alle nomine dei numeri uno delle Procure sono quelli più ‘effervescenti’. Il procuratore della Repubblica è da sempre uno dei ruoli più prestigiosi e importanti in magistratura. La sua influenza è aumentata notevolmente grazie al codice di procedura penale del 1989 con cui gli è stato dato il “controllo” assoluto della polizia giudiziaria.

La riforma Castelli del 2006, con la ‘gerarchizzazione’ delle Procure, è stata poi la classica ciliegina sulla torta, concentrando in una persona un potere senza precedenti in qualsiasi Paese occidentale. Silvio Berlusconi, come sempre mal consigliato in queste cose, pensava che sarebbe stato più facile controllare 10 procuratori che 100 sostituti. Il “lavoro sporco”, tenere a bada i pm irruenti che potevano fare qualche colpo di mano, sarebbe stato affidato ai capi. Questa riforma ricordava molto una teoria di Napoleone Bonaparte: “La truppa si lamenta, aumentate la paga ai generali”. Ovviamente Berlusconi aveva fatto i conti senza l’oste. Perché le Procure sono sempre rimaste, per la maggior parte, nelle fidate mani delle “odiatissime” toghe di sinistra. Ad iniziare da quella di Milano. Nel 2018 nacque addirittura il gruppo dei super procuratori. I “big Five”: Francesco Greco a Milano, Francesco Lo Voi a Palermo, Giovanni Melillo a Napoli, Giuseppe Pignatone a Roma e Armando Spataro a Torino. I fantastici cinque si erano proposti come un soggetto “politico” alternativo all’Anm per riforme e proposte sui temi della giustizia. Dopo lo scontro, abbastanza scontato, con l’Anm, non se ne fece però più nulla.

Ma un altro scatto verso il potere pressoché assoluto del procuratore lo si ebbe proprio a Milano dopo lo scontro, nel 2014, fra l’allora numero uno della Procura Edmondo Bruti Liberati e il suo aggiunto Alfredo Robledo. Oggetto del contendere la conduzione delle mitiche indagini nei confronti dei colletti bianchi. Le uniche che contano veramente in questo Paese e danno visibilità e gloria. Stiamo parlando, nel caso in questione, delle indagini su Expo, sui derivati del Comune di Milano, e su quelle – immancabili – che coinvolgevano la Regione Lombardia. Un evergreen. Lo scontro fu ferocissimo. Bruti Liberati fece domanda per andare in pensione in anticipo ed evitò il disciplinare. Robledo, invece, venne trasferito dal Csm a Torino come giudice e “degradato” delle funzioni semidirettive. Nella questione milanese era intervenuto il capo dello Stato Giorgio Napolitano ricordando proprio la riforma dei poteri dei “capi degli uffici” che ne aveva fatto una sorta di monarchi assoluti.

Come evitare, quindi il ripetersi di situazione simili? Semplice: “appaltando” le scelte degli aggiunti direttamente al Procuratore. Sarà lui ad indicare al Csm i fedelissimi che non creeranno intralci. Milano ha fatto scuola. Con un accordo, come ha sottolineato Palamara, che non ha scontentato nessuno: procuratore e correnti. E poi Roma con Giuseppe Pignatone e le sue preferenze per gli attuali aggiunti. A dire il vero a Roma c’è un aggiunto “fuori sacco”: si chiama Antonello Racanelli ed è di Magistratura indipendente, corrente di Cosimo Ferri, toga prestata alla politica non gradita per statuto a molti suoi colleghi. Ed infatti Ferri parlando di Racanelli con Palamara e Luca Lotti disse che lo volevano “inc….”. Racanelli ha una pratica di trasferimento aperta per incompatibilità ambientale a causa di alcune interlocuzioni avute proprio con Palamara.

Che le Procure siano diventate delle grandi famiglie lo dimostrano, poi, i rapporti in chiaro, come quello fra Stefano Pesci e Nunzia D’Elia, marito e moglie, entrambi nominati aggiunti a Roma, o non in chiaro ma accettati da tutti nel trionfo dell’ipocrisia nostrana. Anche sui coniugi Pesci e D’Elia era intervenuto Palamara sottolineando la particolarità di queste due nomine nello stesso ufficio. Ora una riforma in discussione in Parlamento dell’Ordinamento giudiziario vorrebbe diminuire il potere dei procuratori. Siamo certi che non andrà in porto e tutto rimarrà come adesso.

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