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Altro che norme semplici, serve una nuova Cassa per il Sud

Intere categorie di forze produttive vivono nell’attesa messianica del Recovery Plan e della manna miliardaria che dovrebbe dare finalmente ossigeno a imprese, lavoratori, consulenti, subfornitori e anche persone che sperano che il “grasso coli” anche per loro. L’intervista rilasciata ieri al Riformista dalla presidente dell’Anma intende offrire un raggio di speranza che oscuri coloro che giudicano Tar e Consiglio di Stato come i maggiori responsabili del ritardo nel completamento (e, quindi, nella fruibilità) che le opere pubbliche accusano.

Infatti, v’è una diffusa opinione, assecondata da certa politica, secondo cui il complesso Tar-Consiglio di Stato non solo decide quali imprese devono realizzare opere, forniture e servizi pubblici, ma ne rallenta l’ultimazione. Bene ha fatto quindi Gia Serlenga a far comprendere che i tempi giudiziari di risoluzione di queste controversie sono ridottissimi, anzi inferiori a quelli di altri Paesi. A scapito, però, di altre controversie, che pure sono attribuite alla giurisdizione del giudice amministrativo, tra cui, quella di grande rilievo, della quantificazione del risarcimento del danno spettante al cittadino che ha subito un sopruso dall’amministrazione. Il vero problema giudiziario in Italia, semmai, che ostacola gli investimenti, consiste nella lentezza esasperante del processo civile. Tuttavia, non sono ottimista come Serlenga, la quale intravede in questi primi mesi del 2021 un incremento del contenzioso amministrativo e, quindi, una sorta di risveglio dell’economia nazionale: non a caso, per le particolari materie attribuite al suo vaglio, il giudice amministrativo viene da più parti definito come il “giudice dell’economia nazionale”.

Infatti, le relazioni sullo stato della giustizia amministrativa che tengono ogni anno i presidenti di Tar e del Consiglio di Stato registrano, da molti anni, un costante regresso delle cause incardinate; inoltre, la maggior parte delle vertenze riguarda il silenzio serbato dalle Pubblica Amministrazione. dietro istanze di privati, il diniego di accesso ai documenti pubblici e la mancata ottemperanza alle sentenze dei tribunali civili e amministrativi: quindi, controversie, tutto sommato semplici. L’incidenza delle controversie nel campo degli appalti e (quella che una volta “tirava” moltissimo) dell’urbanistica-edilizia è assai scarsa. Ma cosa accadrà nel settore degli appalti pubblici? C’è che chiede la totale abrogazione del Codice del 2016 (che ha sostituito quello del 2006) perché assai complicato da osservare; chi invece evoca la vecchia legge del 1865, peraltro scritta in un italiano di agevole comprensibilità (dimenticando, però, che esso era composto da diverse centinaia di articoli, integrati da un altrettanto corposo regolamento del 1895); chi infine richiede la diretta applicazione delle direttive europee. Senonché, cambiando il “motore”, si faranno più chilometri?

Ne dubito. Meccanici e autisti sono sempre gli stessi (i funzionari pubblici nostrani – è inutile negarlo – non sono preparati come quelli francesi o tedeschi). Se pensiamo che le stazioni appaltanti italiane sono svariate decine di migliaia (i soli Comuni sono più di 8mila) e che le amministrazioni più “strutturate” sono sovente castigate dai giudici amministrativi per gli errori commessi, dobbiamo evidentemente concludere che occorre una radicale rivoluzione. Partiamo da un dato: quali sono le fasi che caratterizzano un’opera, una fornitura, un servizio pubblico? Una buona progettazione; una buona scelta dell’esecutore; un buon controllo sulla regolare esecuzione; un buon collaudo sull’opera finita.

A questo aggiungiamo un secondo dato: generalmente i cosiddetti ribassi sul prezzo base indicato dall’amministrazione differiscono spesso di qualche lieve misura percentuale (5,7%, 5,9%, 6,1%, e così via). Siamo davvero certi che una differenza di qualche migliaia di euro per un’opera che vale un milione possa rassicurarci sul fatto che l’offerta prescelta sia la migliore? Nel secolo scorso buona parte delle opere pubbliche fu costruita mercé l’intervento della Cassa per il Mezzogiorno, presieduta da un eccellente presidente di Consiglio di Stato come Gabriele Pescatore, dotata di una struttura tecnica (cioè progettuale), amministrativa e giuridica di primissimo livello. Gli enti pubblici, soprattutto i Comuni, segnalavano la necessità di avere una strada, una scuola, una fogna e la Cassa pensava al finanziamento, alla progettazione, alla gara, alla direzione dei lavori, al collaudo. Oggi a tutto questo devono provvedere le stazioni appaltanti (Comuni ed altre migliaia di enti) carenti delle minime competenze.

Occorre, quindi, se vogliamo aspirare a vedere i fondi europei tradotti in opere non solo utili, ma anche ben fatte, la nostra Nazione deve dotarsi di una o al massimo di tre strutture (Nord, Centro e Sud: una sorta di rivisitata Cassa per il Mezzogiorno). Nelle more dell’acquisizione delle competenze, occorrerebbe creare una struttura coadiuvata dalle migliori energie e qui penso alle università. Inoltre, per ridurre la discrezionalità dei funzionari pubblici e in presenza di un progetto ben fatto, non sarebbe possibile immaginare l’assegnazione di appalti, soprattutto di quelli che hanno un costo inferiore, per esempio cinque milioni di euro, con il criterio (assolutamente oggettivo, trasparente, imparziale) del sorteggio? Utopia? Discorso politicamente non corretto? Violazione del principio e delle prerogative federaliste?

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