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“Sono stato la ‘mela marcia’ per 11 anni, ma ero innocente”: l’inferno giudiziario di Enrico La Monica, coinvolto nell’inchiesta P4

Nel 2011 non c’era programma televisivo o giornale che almeno una volta al giorno non parlasse dell’inchiesta P4, che scosse seriamente il Governo Berlusconi (nato nel 2008, ndr) vedendo coinvolto il deputato dell’allora Popolo delle Libertà Alfonso Papa. Ma undici anni dopo tutta l’inchiesta condotta dalla Procura di Napoli su iniziativa dei pm Henry John Woodcock e Francesco Curcio, partita per fare luce su un ipotetico sistema segreto, che avrebbe avuto l’obiettivo di gestire e manipolare informazioni sensibili o coperte da segreto istruttorio, oltre che di controllare e influenzare l’assegnazione di appalti e nomine, interferendo anche nelle funzioni di organi costituzionali, finì con un nulla di fatto. O meglio con un solo colpevole, Luigi Bisignani, che chiese il rito abbreviato e scontò gli arresti domiciliari per stare vicino a sua figlia che in quel periodo aveva gravi problemi di salute. Ma le vittime che si porta dietro sono tante. Una di queste è Enrico La Monica, ex Maresciallo dei Ros sezione anticrimine di Napoli, attualmente impiegato presso il ministero della Difesa in abiti civili.

“Per la prima volta nella storia del diritto italiano abbiamo il caso di un associato con se stesso, che costituisce un’associazione. Anche l’indagine madre è finita con l’assoluzione di tutti i protagonisti coinvolti. Imprenditori che si sono trovati a conclusione di un processo sul lastrico”, racconta La Monica. Il suo volto non era mai comparso da nessuna parte ma il suo nome è stato per anni sulla bocca di tutti. “La mela marcia dell’arma”, così era stato etichettato e la sua persecuzione è durata anni, nonostante poi fosse stato assolto da tutte le gravi accuse che pendevano su di lui.

LA VICENDA – Ora che il processo è definitivamente concluso ha voluto raccontare al Riformista quell’incubo che gli ha tolto tutto, anche i sogni e le ambizioni. E la sensazione di solitudine e abbandono, la gogna che per anni ha pesato sul suo capo “una macchia che in Italia può rimanere indelebile”, dice. La sua vicenda inizia nel 2010 quando persone a lui vicine vengono sentite dalla Procura di Napoli apparentemente per altri motivi. “Quando veniva fuori il mio nome i giudici sorridevano e così ho capito che c’era qualcosa che non andava – racconta La Monica –  Avevo programmato un viaggio verso Dakar perché mia moglie e mio figlio vivevano lì. Nel dicembre 2010 mi fu chiaro che c’era qualche problema. Mia moglie fu fermata all’aeroporto di Milano e sottoposta a ispezione personale. Le sequestrarono una somma di denaro e una chiavetta USB. Su questa si creò per anni una dietrologia fantastica. La stampa dell’epoca disse che in quella chiavetta c’erano i segreti della P4. Invece lì dentro c’era una rubrica telefonica salvata da un vecchio telefono rotto e delle lezioni di investigazione criminale che avevo redatto con il mio amico Luca Leghissa. Anche lui ha subito un interrogatorio”.

L’ARRESTO – Nel giugno 2011 arriva l’ordinanza di custodia cautelare con vari capi di imputazione: dalla contestazione della legge Anselmi, corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio, favoreggiamento, fino alla concussione. “Io mi trovavo a Dakar – racconta La Monica – quella sera vidi infrangersi tutti i miei sogni. Svanirono nel nulla i miei quasi 20 anni nella arma dei Carabinieri. Io non sono entrato nell’arma perché non sapevo cosa fare, sono laureato in giurisprudenza, ma credevo fortemente nell’idea di fare qualcosa per la società, tanto che quando ero in servizio a Napoli sono stato impegnato in indagini delicatissime”.

Dopo aver ricevuto un’ordinanza di custodia cautelare non è più tornato in Italia in attesa di un pronunciamento arrivato 3 anni dopo. “Altrimenti avrei fatto minimo 11 mesi di custodia cautelare – spiega l’ex maresciallo –  Da noi è un modo di fare questo che non serve a far cessare il corso di un’attività delittuosa, ma uno strumento per infierire, un vero baratto tra libertà e dichiarazioni”.

LA PERSECUZIONE – “Leggevo i quotidiani e capivo che il mio nome era diventato il punto di riferimento della cronaca nera napoletana – continua il suo racconto al Riformista –  Non c’era giorno in cui non si parlasse della P4, che si scrivesse del maresciallo La Monica. Ci furono dei bontemponi che si presero la briga di telefonare in Senegal all’ambasciata per dire cha a Dakar c’era il criminale La Monica. C’era già il giudizio implacabile della mela marcia, della divisa sporca: erano tutti giudici e preti. Sui giornali uscì anche la fotografia della casa dove alloggiavo. Sono stati 5 anni non semplici”.

La famiglia di La Monica è stata a più riprese oggetto di perquisizioni, anche domiciliari, e interrogatori. “Nell’ordinanza di custodia cautelare c’era una pagina dedicata a una mia conversazione intercettata con mia madre. Era in dialetto napoletano, che io non ho mai imparato. Con mia madre ho sempre parlato in dialetto calabrese. Una frase fu tradotta male in italiano: sostenevano che avessi confessato a mia madre di conoscere dei segreti. Ma non era così. I miei genitori anziani durante gli interrogatori potevano solo dire che io ero il loro figlio, niente più”. L’impressione dell’ex maresciallo era quella della persecuzione, di trovare la scusa e il modo per cercare o anche estorcere informazioni su di lui.

LA BATTAGLIA LEGALE – È qui che per La Monica inizia una vera e propria corsa contro il tempo, i ricorsi in Cassazione, tutti vinti. Nel 2017 l’ultimo rinvio a giudizio, anche in questo caso conclusosi con l’assoluzione. “Questa (l’udienza preliminare, ndr) fu fatta senza alcuna istruttoria, senza alcuna valutazione dei dati, senza neanche ascoltare quelle che potevano essere le tesi difensive – racconta La Monica –  A quel punto non sei più una persona, sei un numero di un procedimento penale. Per cui vieni sottoposto a giudizio e sai che troverai la tua condanna o assoluzione anche tra 8 anni. Io devo ringraziare poche persone per quegli anni ma soprattutto il mio avvocato che mi è sempre stato vicino e Nuzzo, che non si è piegato a dire il falso, barattando la sua libertà con una mia condanna”. Tra le persone coinvolte nell’indagine c’era infatti anche Giuseppe Nuzzo, all’epoca poliziotto, amico e persona di grande fiducia di La Monica che fu coinvolto nell’indagine. Anche per lui iniziò così il calvario giudiziario durato 11 anni e l’espulsione dalla Polizia.

“In quell’inchiesta furono ascoltati i massimi vertici delle Istituzioni – continua il racconto –  dal Presidente del Copasir Massimo D’Alema, a cui chiesero se mi conosceva: lui probabilmente avrà riso perché non aveva idea di chi io fossi. Stessa cosa per i vertici della Guardia di Finanza. Guardandola a posteriori ho l’impressione che questa vicenda serviva solo per regolare delle situazioni che io non posso assolutamente conoscere”, aggiunge l’ex maresciallo.

IL COSTO PAGATO – Il costo di quell’indagine conclusasi 11 anni dopo con un nulla di fatto per Enrico La Monica è stato enorme. “Innanzitutto mia moglie mi ha lasciato – racconta La Monica –  Essere perquisita e additata come narcotrafficante per una donna senegalese è un’onta enorme. Poi ho perso anche l’Arma. Non mi hanno cacciato, sono stato io che non mi sentivo più a mio agio nel rivestire il ruolo di Maresciallo. Sono anche stato ricoverato per un periodo in un ospedale psichiatrico dopo i fatti successi in Senegal”, è l’amara confessione che fa La Monica.

IL RIENTRO IN ITALIA – Dopo 6 mesi dall’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare, La Monica  rientrò in Italia. In un albergo romano dove alloggiava fu raggiunto durante la notte dagli agenti di polizia. “Mi puntarono la pistola alla tempia e mi intimarono di seguirli in commissariato – continua La Monica – C’era stato un errore ma io potevo solo aspettare. Il pomeriggio seguente fu Woodcock stesso a telefonare per dire che non c’erano provvedimenti attivi sul mio conto. L’impressione fu quella di dire ‘lasciatelo uscire e vediamo cosa fa”.

IL MARCHIO INDELEBILE – Secondo l’ex Maresciallo La Monica “in Italia il fatto di essere indagato o imputato è un marchio che ti rimane per tutta la vita. Recentemente ho redatto una consulenza su un procedimento penale molto delicato, sull’analisi delle celle e del traffico telefonico, la mia specialità nell’arma – aggiunge La Monica – la Procura ha giudicato negativamente il mio operato dicendo che nel 2010 ero stato coinvolto in quella vicenda giudiziaria, nonostante poi io ne sia uscito assolto”.

Per La Monica l’incubo di quell’inchiesta è durato 11 anni e si è definitivamente concluso il 25 gennaio 2021. “A posteriori dico che l’impressione è che quell’inchiesta fosse servita a risistemare equilibri di cui non so nulla – conclude – Si cercava non so cosa, tanto che in tutte le perquisizioni non sono mai stati trovati i dossier o elenchi di appartenenti. Negli stessi capi d’imputazione non si dice mai quali sono le informazioni che io avrei riferito ma che erano coperte da segreto. Non si dice neppure con chi io mi sarei interfacciato per acquisire e quindi essere co-rei delle condotte che mi venivano contestate”.

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