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L’ultimo anno è stato più afflittivo degli altri, serve un atto di clemenza per i detenuti

Grandi speranze ha suscitato l’arrivo di Marta Cartabia al Ministero della Giustizia. Grandi quanto grande è stata la sofferenza di questi mesi di pandemia in carcere. Lo si legge nelle parole dei detenuti che si sono raccontati nell’inchiesta di Andrea Ponzano. La vita quotidiana, le relazioni con i familiari, la prospettiva del reinserimento, tutto si è fatto più difficile. I rapporti con i figli sopra ogni altro: come si può mantenere una relazione significativa con bambini di pochi anni attraverso venti minuti di videochiamata alla settimana da condividere con tutti gli altri familiari?

La tecnologia, certo, un po’ ha aiutato, ma se non ha risolto i problemi della nostra vita sociale dimidiata fuori, è mai possibile che risolva i problemi di chi a quella tecnologia ha potuto far accesso per pochi minuti alla settimana, a turno, secondo gli orari stabiliti dall’Amministrazione? Poi, quando arriva il focolaio, tutto precipita nell’isolamento, di chi ha contratto il virus e di chi no. La “chiusura” delle sezioni rimane la soluzione più semplice e sbrigativa, anche se talvolta viene fatta senza vera prevenzione, lasciando nella stessa stanza persone in attesa del risultato di tamponi che potrebbero metterli su binari diversi, dei positivi e dei negativi. Si chiama “isolamento di coorte” e va molto di moda in carcere. Del resto, nonostante la riduzione del numero dei detenuti, gli spazi sono quelli che sono, e come si fa a rispettare le norme generali di prevenzione che vorrebbero non solo separati i positivi dai negativi, ma soprattutto isolati quelli di cui ancora non si sa se siano tra gli uni o tra gli altri?

La speranza, dunque, non è solo nella Ministra, ma anche nel vaccino. Non a caso la prima importante presa di posizione della professoressa Cartabia è stata proprio sulla priorità vaccinale delle comunità penitenziarie, e da allora – nonostante gli stop&go su questo o quel vaccino, nonostante qualche improvvida voce istituzionale dal sen sfuggita, ma tempestivamente autocorrettasi – la campagna vaccinale in carcere è partita: lunedì sera erano 4540 i detenuti “vaccinati”, 15000 le unità di personale “avviate alla vaccinazione” (qualunque cosa questa differenza terminologica significhi nel linguaggio ministeriale). All’appello ne mancano circa 80mila (al netto dei richiami). Roba che, forniture permettendo, si può smaltire in una settimana o poco più di impegno serio e coordinato da parte di Asl e Istituti penitenziari. Speriamo, dunque, che nel corso del mese di aprile tutti i detenuti e tutto il personale possa avere almeno la prima somministrazione del vaccino. Poi, lentamente, si potrà tornare alla normale vita del carcere (se “normale” si può chiamare la vita in un carcere): potranno riprendere le attività, e prima di tutto la scuola, i colloqui in presenza e i contatti umani.

Resteranno, però, quelle ferite profonde che i detenuti di Rebibbia ci raccontano. Ferite che meriterebbero un atto di giustizia, che solo il Parlamento può compiere, nella sua piena responsabilità e nella consapevolezza di quello che è stato. Questo anno di pena in carcere non è stato un anno come gli altri, ma molto più afflittivo. Per ragioni di prevenzione, si sarebbe dovuto drasticamente ridurre la popolazione detenuta un anno fa. Non lo si è fatto come si sarebbe dovuto e non vale la pena di tornare a discutere di errori e passi falsi. Ma ora che vediamo la fine di questo calvario, non vediamo anche quanta sofferenza tutto ciò ha causato nei detenuti? Non è il caso di riconoscerla questa sofferenza e ridurre a tutti loro la pena ancora da scontare nella misura che il Parlamento riterrà più equa? La giustizia, dopo la pandemia. Chiamatela così, se vi piace.

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