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Lockdown senza fine, la vittima del virus è il futuro dei giovani

Era una mamma di Marano la penalista che martedì sera si è lanciata dal balcone lasciando il marito e un figlio di 4 mesi. Si parla di depressione post partum, ma possiamo escludere che sull’episodio non abbia influito in maniera significativa la lunga condizione di isolamento che viviamo a causa delle restrizioni anti Covid? Più evidente il legame tra conseguenze della pandemia e il gesto estremo nel caso del fotografo Umberto Sbrescia, suicidatosi nel suo negozio alle spalle di piazza Garibaldi. Casi purtroppo non rari, soprattutto in un Mezzogiorno già alle prese con un’economia fragile.

In Italia erano 71 i suicidi e 46 i tentativi di suicidio da inizio pandemia a settembre dello scorso anno. Fenomeno certamente in aumento, non solo per le conseguenze economiche che derivano dal blocco di numerosissime attività, ma anche per la paura del contagio e l’isolamento sociale che esso comporta. Insomma il vivere mesi come in un tunnel lungo e buio, da cui non si intravede una uscita in tempi brevi? Un anno fa, più o meno in questi giorni, si cantava sui balconi: «Ce la faremo». Si confidava nell’estate, nella speranza che questa avrebbe contenuto la diffusione del virus. La luce in fondo al tunnel non c’era, ce la siamo inventata. Ma dopo dodici mesi, siamo tutti aggrappati alla scialuppa di salvataggio dei vaccini che non arrivano, forse non funzionano, forse fanno più danni del Covid. E, nel frattempo, gli ospedali e le terapie intensive sono di nuovo in affanno. Le conseguenze per la psiche delle persone, in questo stress prolungato, non possono essere sottovalutate.

Parlo a nome di una quarantina di colleghi, terapeuti dell’Isidap di Napoli (istituto specializzato nel trattamento degli attacchi di panico facente parte dell’Accademia Imago che dirigo), che dallo scorso anno hanno accolto – volentieri e volontariamente – l’invito a mettersi a disposizione dell’intera comunità italiana e degli italiani all’estero. Operiamo attraverso l’apertura di uno sportello gratuito (Numero verde 800 913880 No Panic) del progetto “Siamo Vicini”. In dodici mesi abbiamo raccolto più di mille chiamate, da Trento a Pechino, dagli Usa all’Argentina, portando avanti il servizio – è bene sottolinearlo – senza un euro di contributo pubblico, avvalendoci del solo sostengo di sponsor (Optima e Dhl) che hanno creduto alla validità della nostra iniziativa.

Dal nostro osservatorio possiamo sicuramente affermare che, un anno dopo, le cose vanno piuttosto male. Le chiamate, che sono ormai diventate più di mille, erano originariamente suddivise tra paura del futuro e ansie da chiusura e parlavano di problemi relazionali e familiari, oltre che di ansie paniche. A chiedere aiuto erano soprattutto adulti e anziani. Le telefonate sono un po’ diminuite rispetto ai primi tempi, ma è cambiato il target: oggi a chiamare sono quasi tutte persone dai 40 anni in giù, giovani e adolescenti che per lo più chiedono in modo specifico del Covid. L’onda panica dello scorso anno è stata sostituita da paure legate alla quotidiana sopravvivenze con il virus. Soprattutto tra i ragazzi che non sanno cosa fare, come poter incontrare amici e fidanzate, perché i genitori (giustamente) non li fanno uscire di casa.

Ciò su cui si riflette poco è il fatto che questo prolungato arresto del quotidiano non determina un disagio, ma soprattutto un blocco: un vero è proprio blocco della crescita. Perché bambini e ragazzi, essendo in età evolutiva, hanno una psiche che deve ancora completare il percorso per portare a termine il suo ciclo evolutivo di maturazione. Il Coronavirus sta togliendo loro le sedi dove farlo. Se non hanno luoghi dove sperimentarsi per due anni, la crescita psichica si blocca, mentre quella reale procede. Vuol dire che, per esempio, un 14enne si trova ad avere 16 anni alla prova di nuovi ruoli ma senza averli sperimentati, gradatamente, nei due anni trascorsi. E così un bambino di cinque che si ritrova a sette anni senza aver visto e giocato con i suoi coetanei, come farà a metabolizzare ciò che non ha provato? Si troverà ad affrontare il mondo dei sette anni con la psiche dei cinque.

Il lockdown ha costretto le famiglie a diminuire di molto gli scambi di informazioni ed emotività con l’ambiente esterno, oltre che a irrigidirne in qualche modo i confini. Il rischio, in definitiva, è di costruire immagini idealizzate del corpo o di parti del corpo proprie e/o dell’altro. E creare una pretesa di perfezione che neghi l’incontro reale con l’altro o addirittura renda più forte il richiamo del virtuale rispetto alla realtà. In altre parole, il mio “corpo reale” rischia di essere assimilato a una brutta copia rispetto alla sua immagine idealizzata. Con conseguenze che possono essere nefaste.

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