• Gio. Giu 17th, 2021

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Asili chiusi e niente cure mediche, al Sud il Covid ha ucciso anche il welfare

Nord e Sud sempre più distanti: il Mezzogiorno soffre ancora quel divario storico e i numeri dell’ultimo rapporto stilato dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) dimostrano quanto sia evidente la disparità territoriale. Nell’ambito della sanità la spesa pro capite media (1.838 euro annui) passa da un massimo di 2.255 euro a Bolzano a un minimo di 1.725 euro in Calabria. Ma notevole è anche la spesa per le cure mediche a carico dei cittadini (in termini di incidenza sul pil) rispetto ad altri Stati europei: gli italiani spendono il 2,3%, i tedeschi l’1,7, i francesi l’1,9. E qui emerge un altro dato preoccupante: il 3,2% delle famiglie meridionali non può pagare spese sanitarie “straordinarie”; il valore si abbassa notevolmente nelle regioni dell’Italia centrale, dove solo l’1% delle famiglie è in difficoltà di fronte a una spesa sanitaria non prevista, e quasi si azzera al Nord dove è appena lo 0,6% a non potersi pagare cure non preventivate.

«Trovo particolarmente efficace la definizione della Svimez che, a proposito delle differenze territoriali, parla di “divario di cittadinanza” – commenta Ernesto Mazzetti, professore di Geografia politica ed economica dell’università Federico II di Napoli – misurabile in minor istruzione, lavoro, reddito, strutture, assistenza sociosanitaria. Se l’Italia si allontana dall’Europa, il Sud ancor più si allontana dal Nord». Sostanziali e drammatiche pure le carenze nel welfare che incide anche sulle aspettative di vita che al Sud si abbassano vertiginosamente: rispetto a chi vive a Milano, i meridionali vivono in media dieci anni di meno. Al Sud, infatti, i servizi rispondono poco alle esigenze dei cittadini, soprattutto di quelli più piccoli: in Campania meno di nove bambini su 100 trovano posto in un asilo nido pubblico, mentre in Valle d’Aosta sono addirittura 47. Complessivamente, in Italia gli asili nido pubblici coprono solo il 25,5% dei potenziali utenti. Di conseguenza aumenta la spesa delle famiglie per sopperire a queste carenze: in media si è passati dai 1.570 euro del 2015 ai 2.208 del 2019.

E non va meglio per gli adolescenti che, in tempi di pandemia, hanno dovuto fare i conti con la didattica a distanza e la necessità di utilizzare pc e tablet: al Sud il 20% non possiede né l’uno né l’altro (e parliamo di 470mila ragazzi). Nel resto del Paese, la percentuale di studenti tra i 6 e i 17 anni sprovvista di strumenti digitali si attesta attorno al 12,3%. «Una riflessione sui giovani spinge verso un altro capitolo assai doloroso – spiega Mazzetti – cioè ai temi dell’anarchismo e della delinquenza. È vero che sono soprattutto adulti quelli che alimentano la cancrena camorristica e tengono comportamenti che attentano alla sicurezza del vivere quotidiano, ma è altrettanto vero che a Napoli come altrove nel Sud la diffusione di condotte devianti di troppi giovani appare perfino più allarmante. Perché non solo è destinata a segnare in negativo la vita futura di questi ragazzi, ma inevitabilmente inciderà in negativo anche sulla qualità di vita dell’intera comunità».

Tutti i dati riportati dal Cnel fanno emergere una situazione di difficoltà economica del Sud rispetto al Nord e, ancora una volta, i numeri lo confermano: l’incidenza della povertà assoluta, come noto, è strutturalmente più elevata nelle regioni meridionali del Paese; qui, quella relativa agli individui risultava, nel 2019, superiore al 10% ed è dunque facile immaginare le ripercussioni della crisi Covid su un tessuto economico e sociale già fragile. In Italia, d’altra parte, il 9% del totale dei residenti si trova in condizione di povertà. «Proseguendo una politica assistenzialista, basata su sussidi e già rivelatasi inadeguata – conclude Mazzetti – lo Stato cerca di sopperire all’ulteriore emergenza con interventi di “ristoro” alle categorie più colpite. È un rimedio temporaneo e insufficiente. Nel 2020 l’Istat ha rilevato che, nel decennio precedente, 1,2 milioni di meridionali erano emigrati, circa 300mila dalla sola Campania; tra questi la metà dall’area napoletana. Quanti ancora saranno costretti a lasciare Napoli e la Campania dopo la crisi Covid».

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