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Scoppola populista è una tesi infondata

DiRed Viper News Manager

Mar 31, 2021

Molte cose si possono sostenere nelle ricostruzioni storico-politiche, ma fare addirittura di Pietro Scoppola uno dei teorici (sia pure involontari) del populismo, come ha fatto ieri su queste colonne Michele Prospero, è operazione piuttosto ardita se non palesemente infondata, sempre che non si faccia del populismo una notte in cui tutte le vacche dell’innovazione politica sono nere e sempre che si ritenga possibile imbalsamare un sistema politico pre-esistente che aveva con evidenza esaurito la sua spinta propulsiva.

Indubbiamente la rivista Appunti di cultura e di politica, che sotto la guida di Scoppola e di Giorgio Tonini (nonché con la partecipazione di altri tra cui il sottoscritto) fin dal dicembre 1988 lanciò le Nove tesi per l’alternanza, il Congresso della Fuci del marzo 1989 che prospettò con Giovanni Guzzetta e Salvatore Vassallo l’ipotesi dei referendum elettorali, il convegno della sinistra dc di Chianciano dell’ottobre 1989 in cui Beniamino Andreatta la sostenne con forza, il ruolo protagonista delle Acli di Giovanni Bianchi nelle campagne referendarie del 1991 e del 1993, costituirono uno dei perni principali su cui poggiò il movimento referendario, insieme al nuovo Pds di Occhetto, Veltroni e Barbera e ai radicali.

Esso non poggiava su nessuna premessa populista o genericamente antipartitica, ma sull’idea del passaggio a una democrazia dell’alternanza in cui i cittadini decidessero sovranamente tra alternative offerte da forze politiche, non quindi nate nel vuoto, da una presunta società civile autosufficiente. L’obiettivo polemico non era quindi la mediazione dei partiti in sé, obiettivo in cui consiste certo uno dei pilastri del populismo in antitesi alla democrazia rappresentativa, ma quella particolare forma di “democrazia mediata” che aveva smarrito (come già capitato nella Quarta Repubblica francese in cui quella definizione era stata coniata da Maurice Duverger, anch’egli cattolico democratico, socialista in Francia, eletto dal Pci al Parlamento europeo), qualsiasi legame chiaro tra consenso, potere e responsabilità.

Non quindi una condanna della mediazione in sé, che anzi la cultura della mediazione era ed è uno dei perni chiave della cultura cattolico democratica sia contro le pretese di deduzioni immediate di scelte politiche dalla fede religiosa sia contro una visione politica basata sul rigido schematismo amico-nemico, ma invece la condanna puntuale di un tipo oligarchico di mediazione, tutta bloccata nelle dinamiche oscure dei veti reciproci e dell’uso spregiudicato del potere di coalizione. Quel blocco senza alternanza che consentiva, caso unico nelle democrazie parlamentari, di accedere alla Presidenza del Consiglio a leader di forze politiche minori in coalizioni costantemente rinegoziate in corso di legislatura e che pertanto andava rimosso anche attraverso le opportune riforme elettorali e istituzionali, le quali accompagnassero il superamento politico delle due anomalie del sistema italiano tra loro strettamente intrecciate, l’egemonia comunista sulla sinistra e l’unità politica dei cattolici. Anomalie di cui era particolarmente cosciente quella parte del cattolicesimo democratico che, attraverso i legami europei, come la Fuci e le Acli, dove entrambe quelle anomalie non esistevano ed era pacifica la presenza di credenti nei partiti della sinistra non comunista.

Non c’era quindi populismo nella scelta dei fini, dato che si trattava di giungere al funzionamento fisiologico delle grandi democrazie parlamentari, facendo, come aveva scritto profeticamente Ruffilli prima della caduta del Muro di Berlino (che vedeva in questo il compimento del disegno moroteo), del cittadino l’arbitro delle scelte dei Governi. Anche il richiamo di Scoppola a una “democrazia dei cittadini” che sarebbe subentrata al ruolo monopolistico dei partiti della prima fase repubblicana non aveva nulla della facile polemica antipopulista, specie se si considera che quella espressione era mutuata dal già citato Duverger, che in un suo testo del 1982 l’aveva ricollegata alle evoluzioni delle democrazie rappresentative nonché ad autori come Blum, Mendès-France e Popper.

Non c’era populismo neanche nella scelta dei mezzi, giacché l’uso dello strumento referendario non era stato visto né come salvifico né come autosufficiente. Esso si era rivelato necessitato dopo che il Governo Andreotti nel marzo 1990 aveva posto per quattro volte la fiducia contro la maggioranza parlamentare trasversale favorevole all’elezione diretta del sindaco e non fu autosufficiente perché il Parlamento ben perfezionò nel 1993 il quesito referendario sui Comuni con una buona legge elettorale e un’ottima forma di governo (ripresa anche qui da Duverger attraverso la mediazione di Barbera), che non a caso nessuno propone di modificare da allora e che furono poi estesi, sempre dal Parlamento, alle Regioni nel doppio passaggio 1995 (legge elettorale) e 1999 (riforma costituzionale), mentre il disegno purtroppo non si è sinora compiuto coerentemente sul piano nazionale. Peraltro, non casualmente nessuno né dell’area cattolico democratica né del Pds sottoscrisse il referendum radicale sull’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Neanche si può parlare del populismo giudiziario come levatrice del movimento referendario perché il successo del primo referendum elettorale del 9 giugno 1991 fu precedente alle inchieste di Tangentopoli ed esprimeva una domanda di politica a cui il sistema reagiva con colpevole lentezza. Le inchieste furono rese possibili per l’incapacità di ristrutturare l’offerta politica e fu quel vuoto a determinare anche le scorciatoie giustizialiste, certo estranee alla cultura del cattolicesimo liberale di Scoppola e Andreatta, della Fuci e delle Acli.

In altri termini, questo è il punto-chiave, il movimento referendario nacque da una preesistente crisi del sistema dei partiti, a cui cercò di replicare in positivo, non fu invece esso la causa di quella crisi che le preesisteva in tutta la sua forza. Né si può parlare di populismo perché seguendo intuizioni di apertura già presenti nei partiti precedenti (gli esterni della Dc, gli indipendenti sinistra per il Pci) esse furono poi sviluppate originalmente dal Pd in un modello di partito che si voleva estroverso e contendibile e che, caso mai, fu presto neutralizzato nella sua costituzione reale. È stato anzi il persistere di forme tradizionaliste di politica nell’ambito del centrosinistra, di una mentalità per la quale l’Ulivo, il Pd, le nuove regole elettorali e istituzionali potevano essere viste solo come tristi necessità a cui rassegnarsi superando un’età dell’oro collocata nel passato, che si sono frenate le risposte adeguate e si è creato il terreno per scorciatoie populiste.

Se viene riproposta la Messa in latino a chi non sa più il latino, se si pretende di sciogliere il popolo quando è in dissenso col Governo (come diceva Brecht a proposito della prima rivolta degli operai della Ddr nel 1953) allora sì che si è parte del problema e non della soluzione. Ma, per fortuna, anche il nuovo segretario del Partito Democratico Enrico Letta col suo maestro Andreatta ha ben vissuto quel crogiuolo di innovazione politica che è stato il movimento referendario ed è pertanto in grado non solo di difendere l’eredità del passato nelle nuove regole per comuni e regioni e nelle nuove forme del Pd, ma anche di rilanciarla, con l’aiuto di tutti, per completare coerentemente la transizione sul piano nazionale.

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