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Letta vince a metà: con Serracchiani e Malpezzi due donne capogruppo ma non sono fedelissime

DiRed Viper News Manager

Mar 31, 2021

Uno spoglio veloce, neppure un quarto d’ora, chiude la prima battaglia del nuovo segretario del Pd, quella ingaggiata in nome di una malintesa parità di genere e che aveva come secondo obiettivo il controllo politico dei gruppi parlamentari Pd. Enrico Letta ha “vinto” la prima. Ma ha “perso” la seconda. Il segretario dem ottiene che siano due donne a guidare i gruppi parlamentari, un ruolo importante specie in una fase di governo di unità nazionale dove i partiti possono fare politica soprattutto in Parlamento.

Ma Letta non ottiene il controllo dei gruppi parlamentari. La sua candidata era Marianna Madia, fino ad un paio di giorni fa era testa a testa con Debora Serracchiani che nell’arcipelago delle correnti Pd è la delfina di Graziano Delrio, il capogruppo uscente. Così come per l’elezione di Simona Malpezzi al Senato (al posto di Marcucci), anche per Serracchiani sono stati decisivi i voti di Base Riformista, la corrente del ministro Guerini e di Luca Lotti, gli ex renziani che non vogliono più essere ex di nessuno. Base Riformista ha accolto con favore l’arrivo di Letta e lo ha votato in modo compatto. Da qui a riconoscerlo come proprio leader, manca però ancora troppa strada. In mezzo una lunga lista di decisioni da prendere, sul presente e soprattutto sul futuro del Pd. Sul tasso di riformismo, sull’agenda, sulle alleanze.

Letta, neanche a dirlo, è soddisfatto e felice di poter lavorare con entrambe le nuove capogruppo. Ma il segretario ora ha ben altro in agenda. A cominciare dalle amministrative e dal nodo delle alleanze. La campagna d’autunno è alle porte, al voto in oltre mille comuni tra cui Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli, e il segretario, anche se appena arrivato, sa che non può perdere. Il problema è che non sono ancora chiari gli eserciti e gli schieramenti. Il progetto di Letta è di un centrosinistra largo “da Renzi a Sinistra italiana” con dentro i 5 Stelle rispetto ai quali però non è prevista alcuna subalternità. E qui sta la grande differenza con Zingaretti. Il “cantiere” con Conte è stato avviato. Con quanti e quali 5 Stelle ancora non è chiaro.

Di sicuro Letta ha “perso” la battaglia di Roma visto che nella Capitale Beppe Grillo ha confermato il bis di Virginia Raggi. Proposta irricevibile anche per un ecumenico come Letta. Ecco quindi che il Nazareno fa filtrare che «nella Capitale è partita la macchina delle primarie» dove il candidato di punta sarà l’ex ministro Roberto Gualtieri. A meno che Zingaretti non sciolga quelle riserve che ancora tiene ferme. Dopo di che ci sarà il centrodestra unito (ancora senza candidato) e dall’altra parte saranno in tre a farsi la guerra: Raggi, il vincitore delle primarie e Carlo Calenda. L’unica cosa certa è che chi andrà al ballottaggio dovrebbe poter beneficare del voto di tutte queste parti.

Il patto con i 5 Stelle dovrebbe tenere nelle altre città. Molto dipenderà dal progetto politico che Conte presenterà già giovedì all’assemblea dei gruppi parlamentari 5 Stelle. Sarà quella la prima occasione per capire cosa ha in testa Conte. Il punto è anche capire cosa ha in testa Letta. Ieri ha incontrato la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Un incontro di cortesia e rispetto istituzionale tra forze politiche lontane ma che pure dovranno lavorare insieme su riforme e legge elettorale. Non sfugge che ancora non è in agenda l’incontro con Matteo Renzi. Che il leader di Iv, che ne prese il posto a palazzo Chigi, è sempre nel mirino dei 5 Stelle per i suoi viaggi e le sue conferenze all’estero. Che Conte e i 5 Stelle hanno detto a Letta: «Mai più con Renzi». E che da Letta non sono certo arrivate parole di sostegno per Renzi. «Ho fatto un fioretto, ho promesso con non ne parlo» ha confessato il segretario dem. «E però – ha aggiunto – farei subito una legge che impedisce a deputati e senatori di essere pagati per tenere conferenze in giro per il mondo». Detto, fatto: i 5 Stelle al Senato l’hanno presentata ieri.

Insomma, l’incontro non è ancora in agenda e, viste le premesse, chissà se e quando ci sarà mai. Eppure ieri è stata una bella giornata per Italia viva e la ministra Elena Bonetti. E anche per il Pd. È diventato legge l’assegno unico universale per i figli, una norma strutturale, universale che fa ordine nel marasma di detrazioni e contributi per i minori. È una bella storia che ha preso forma nell’ottobre 2019 alla Leopolda. Un anno e mezzo dopo è legge. Renzi ha ringraziato Draghi e Conte che «ci hanno creduto». Un provvedimento di «speranza politica» contro i dati drammatici sul calo demografico in Italia. Un «piccolo passo contro un gigantesco problema». Insomma, una legge di giustizia ed equità sociale. Sarebbe stata una buona occasione per incontrare Italia viva. Invece di Fratelli d’Italia.

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