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Le bordate di Segni, Cossiga e Orlando furono anomalie che la Dc visse male

DiRed Viper News Manager

Mar 31, 2021

Il professor Prospero, quasi democristianamente, mi concede qualche ragione per potermi dare meglio torto. Si, egli dice, la Dc non fu populista, anzi. Però tra le tante cose che si agitavano nella sua pancia ribollivano argomenti, suggestioni, tentazioni che arrivavano a quei confini e qualche volta li valicavano. Segni, per esempio, in lotta contro la partitocrazia. E Orlando alle prese con l’“opacità” altrui. Perfino la Repubblica dei cittadini, evocata da Scoppola contro quella dei partiti, sembra richiamare qualcosa, sia pure involontariamente, delle parole d’ordine che all’indomani della Dc avrebbero preso il sopravvento. Da parte mia potrei aggiungere, come contributo non irrilevante a questo elenco, le “picconate” di Francesco Cossiga.

Tutto sta ad intendersi, però, su quale sia la regola e quale invece l’eccezione. E io resto convinto che la regola democristiana sia sempre stata quella di considerare il populismo come un nemico mortale e la demagogia come un peccato politicamente imperdonabile. E dunque di giudicare quelle eccezioni, che pure di tanto in tanto infrangevano le sue regole e i suoi princìpi, alla stregua di vere e proprie minacce alla sua stessa identità. Naturalmente non si possono iscrivere tout court Segni o Cossiga tra i progenitori dell’ondata populista dei nostri giorni. Ma io ricordo bene a quel tempo come anche solo i primi vaghi accenni con cui quelle figure denunciavano i guasti della partitocrazia venivano giudicati a piazza del Gesù alla stregua di una pericolosa forma di avventurismo. Per non dire di Orlando che nella Dc appariva fin dagli inizi come l’emblema di una controversia che non si sarebbe mai potuta risolvere.

E infatti, non per caso, quel che rimaneva del partito di un tempo anche quella volta tentò di far quadrato intorno alle sue storiche bandiere. E visse Segni come un figlio che rinnegava la sua famiglia, Cossiga come uno zio che se ne era posto ai margini e Orlando come un genero che aveva fatto il matrimonio più sbagliato. Nelle loro denunce i democristiani del tempo vedevano un rinnegamento delle proprie radici. E a loro volta in quelle denunce la Dc, ormai, non c’era già più. Quanto a Scoppola, egli immaginava che la Repubblica dei partiti avrebbe dovuto cedere il passo a istituzioni più severe, più asettiche, meno colorate dalle passioni e dalle parzialità della contesa politica. E cioè un percorso che andasse dalla parte opposta rispetto a quella che abbiamo poi imboccato.

Confidava nella democrazia dei notabili evocata da De Gasperi e credo che oggi avrebbe anche lui la sua parte di difficoltà a fare i conti con l’esito di tante insofferenze che invocando il conte di Cavour si sono ritrovate alle prese con Juan Domingo Peron. E infine, per quanto riguarda il sottoscritto. Io non sogno affatto “lo scudo crociato come un partito”. Ma anche per questo vorrei almeno evitare l’incubo di certe sue caricature.

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