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Intervista a Gianni Cuperlo: “Democrazia a rischio, serve un patto sociale contro la crisi”

DiRed Viper News Manager

Mar 30, 2021

Il futuro dell’Italia in mano a un “tecnico”. Quello della sinistra a un “democristiano”. Il “paradosso Pd” analizzato da uno dei suoi dirigenti più corazzati di cultura: Gianni Cuperlo, presidente della Fondazione Pd.

Giorni fa Mario Tronti ha tessuto gli elogi di Draghi e di Enrico Letta. Possibile che siano un tecnico e un allievo della vecchia Dc a ridare alla sinistra lo smalto perduto?
Draghi presiede un governo di scopo per la messa in sicurezza dalla pandemia e una gestione avveduta delle risorse europee. Ridare smalto alla sinistra non credo rientri tra le sue priorità. Noi sosteniamo il governo col massimo impegno perché ne va della sorte di milioni di lavoratori a rischio e imprese piegate dalla crisi. Per parte sua Letta si è caricato sulle spalle un partito segnato dalle dimissioni di Zingaretti e ha accettato di farlo per costruire un’alternativa alla destra. Sono due cose diverse, sovrapporle non ci aiuta a fotografare la realtà.

Allora partiamo dal governo. Enrico Rossi si è detto d’accordo con la sua denuncia di un Pd che più perde e più vuole governare. Ieri con Grillo, oggi persino con Salvini.
È vero e potrei darle buone ragioni per entrambe le condizioni. Ma a me interessa il domani. Come convincere una maggioranza del paese che l’alternativa alla destra passa dalle nostre risposte al malessere di un pezzo largo di società. Mi ero permesso di ricordare come da quindici anni non vinciamo le elezioni politiche, ma siamo stati comunque al governo per i due terzi di questo tempo. Enrico nell’assemblea che lo ha eletto ha spiegato bene perché di potere si può anche morire. Credo abbia ragione: il governo è l’approdo di una politica, non la sua premessa.

Intanto però l’Italia oscilla tra zone rosse e arancioni. Il piano dei vaccini mostra molte crepe mentre il Pd litiga sulle presidenze dei gruppi alle Camere. Non vede troppa distanza tra l’agenda politica e la vita delle persone?
Quella distanza si crea quando la politica ignora la realtà. Se posso citare una recente analisi di Alessandro Volpi, in pochi mesi la pandemia ha prodotto una distruzione di reddito senza eguali: 250 miliardi di dollari. Nella crisi del 2008 lo stesso dato fu di 100 miliardi in due anni. Per altro quella fu una crisi innescata da un volume di debiti spalmati sotto forma di titoli tossici. Questa crisi non è frutto di una ingegneria finanziaria, nasce dall’isolamento forzato delle persone. Il paradosso è che in termini finanziari grazie alla pandemia i più ricchi sulla terra hanno aumentato il loro patrimonio di 1.800 miliardi. Per converso questo modello di capitalismo ha creato altri 150 milioni di poveri estremi.

La conclusione?
La conclusione è che questo capitalismo non può essere il mercato, inteso come lo strumento per l’allocazione più efficiente delle risorse. Messa di fronte alla prova più tragica, due milioni e ottocentomila morti, quella ideologia è cappottata rivelando fragilità e cinismo. Senza una solida dimensione pubblica il mercato è in grado al più di preservare potere e profitti dei monopoli in barba a qualunque principio di solidarietà.

Sta dicendo che la giustizia sociale è estranea a questo capitalismo?
Sì, sto dicendo questo. Il che significa che da questa crisi non usciremo solo aggiustando i meccanismi tradizionali del funzionamento dell’economia, compresa la pessima distribuzione della ricchezza o l’esorbitante potere di una finanza che nella tragedia nuota come Paperone nei dollari. Servono soluzioni adatte a fronteggiare una ridotta capacità di generare reddito con interi settori produttivi piegati dai lockdown. Poi, raggiunta una vaccinazione universale, meta ancora lontanissima, e ripristinata la capacità produttiva vivremo un effetto rimbalzo, ma sino ad allora bisogna attrezzare un patto sociale che consenta di salvare dall’impoverimento materiale, educativo e sociale milioni di adolescenti e di famiglie. Eccola la prova per una sinistra che voglia proporsi come alternativa a una destra orfana del suo armamentario sovranista.

Ma perché dovreste avere la forza che sinora è mancata: dar voce alla parte più fragile e in sofferenza? Insomma le famose periferie dove la campagna sullo ius soli non sembra però in cima alle preoccupazioni.
Il problema è quello, ma non c’entra la richiesta sacrosanta di considerare italiano chi è nato qui da genitori immigrati. Parliamo di bambini, ragazzini, che studiano nelle nostre scuole e si sentono parte di questo paese. Vederli, riconoscerli, è un diritto loro e una risorsa per tutti. Potrei anche dirle che la maggior parte di loro non abita ai Parioli o in San Babila, ma nelle periferie di cui parla. Detto ciò, basta un manuale di storia a ricordare perché la rabbia sociale è da sempre legata a epidemie e carestie. Togli alle persone le risorse per vivere e l’esasperazione può tradursi in ribellione. Togli loro anche la speranza di un avvenire diverso e quella ribellione può divenire un’onda che ha la forza per disancorare una democrazia.

Più che un grido d’allarme sembra una dichiarazione d’impotenza.
No, all’opposto, penso che vedere i pericoli sia condizione per evitare che ti colgano impreparato. E ripeto, se la storia contiene un ammonimento è quello di non trascurare mai il passato quando leggi la contemporaneità. Questo deve valere per noi nel capire che non tutte le patologie di ora nascono col Covid, molte affondano da lontano. Il nostro mercato del lavoro era slabbrato prima della pandemia, con tre milioni e duecentomila precari e un numero anche più alto di irregolari. Il punto è che questo anno brutale ha allargato la disuguaglianza, non solo tra i giganti della finanza e il resto del mondo, ma anche dentro quel mercato del lavoro.

A cosa si riferisce?
Al fatto che più di tre milioni di dipendenti pubblici e sedici milioni di pensionati non hanno visto il loro reddito intaccato, mentre lo stesso non è avvenuto per milioni di dipendenti privati, lavoratori autonomi, artigiani, commercianti, i precari e gli irregolari. Allora il tema diventa garantire forme di sussidio per una platea vastissima di soggetti che spesso è difficile censire, classificare, raggiungere. Il reddito di cittadinanza, seguito da quello di emergenza, è stato una garanzia di contenimento della sofferenza e tra le cose più volgari dell’ultima stagione considero quella critica a un presunto “sussidistan” fatta da chi non ha mai avuto il problema di combinare il pranzo con la cena. La verità è che dinanzi a questa emergenza sociale non basta invocare un ruolo portante dello Stato. Devi attrezzare le risorse per assolvere a quella funzione.

Qui entra in campo l’Europa e la svolta che ha conosciuto. Giorni fa è stato Draghi al Consiglio Europeo a riproporre il tema degli eurobond facendo pesare tutta la sua autorevolezza.
E di questo l’Italia e l’Europa possono solo ringraziarlo, ma non è in sé una sorpresa. Poco più di un anno fa Draghi aveva presentato un rapporto sulle condizioni dell’economia dove spiegava perché in quella fase il problema non fossero le dimensioni del debito pubblico, ma la qualità della spesa che quel debito andava a finanziare. Nel senso che sono i progetti e gli investimenti con le loro ricadute a determinare il rilancio sociale e economico di cui oggi abbiamo bisogno. Convincere i nostri partner di questa necessità non sarà una passeggiata e i segnali dei giorni scorsi con la Corte suprema tedesca che ha sospeso la ratifica del Recovery Fund dice quanto sarà complicato. Ma una alternativa questa volta non c’è e rimuovere il tema equivarrebbe a mettere la polvere sotto al tappeto, solo che quella polvere oggi coincide col destino di milioni di potenziali nuovi poveri. Al fondo, vedi, il problema rimane sempre quello.

E sarebbe?
Che se una condizione di emergenza diventa la normalità a soffrire sono le democrazie. Ma per questo tocca alle costituzioni liberali introdurre trasformazioni radicali. I regimi possiedono altre risorse: repressione, censura, un sovrappiù di autoritarismo. Le democrazie no, debbono ricercare le soluzioni attraverso il consenso. Se vogliamo evitare che i sistemi pubblici, a partire dal welfare, falliscano bisogna che mutino le regole tanto in Europa che in una scala più ampia. Penso che anche la sospensione dei brevetti sui vaccini rientri in questa dimensione con oltre cento paesi, guidati da India e Sud Africa che lo hanno chiesto all’Organizzazione mondiale del commercio. Insomma, puoi chiedere un sacrificio temporaneo delle libertà individuali e collettive, ed è quanto stiamo facendo compresa una sospensione delle elezioni, ma perché quel sacrificio venga accettato devi garantire una tenuta sociale capace di restituire senso alla democrazia. Quel senso passa dal dare dignità alle vite dei singoli perché se manca quella dignità la democrazia annulla sé stessa.

Per fare tutto questo Letta è la persona giusta?
Per fare tutto questo il Pd da solo non basta e Letta ha cultura e sensibilità per comprenderlo. L’avere vissuto anni fuori dall’Italia credo gli abbia consentito uno sguardo meno costretto nelle dinamiche di un partito che il correntismo ha logorato da dentro. Questo Pd contiene riserve di passione ancora grandi e la risposta dei circoli al vademecum proposto dal segretario lo conferma, ma fuori da noi c’è un’Italia che reagisce, si mobilita. A Bologna in quelle tre giornate quella parte del paese l’avevamo coinvolta. Forse mai come ora è tempo di ripartire da lì.

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