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Draghi bacchetta le regioni, immunità di gregge entro luglio

DiRed Viper News Manager

Mar 30, 2021

Sarebbe sbagliato dire che è scoppiata la pace tra Stato e Regioni. Più che altro è stato un vertice in cui i governatori hanno accolto l’offerta del premier Draghi a “muoversi con unità d’intenti”. In nome e per conto dei cittadini. E a chiudere una volta tutte le polemiche. Dunque la promessa/impegno che “basta fughe in avanti dei governatori”. Da palazzo Chigi la contro-promessa che «sarà fatto di tutto per stringere i bulloni, tutti i bulloni della macchina Paese» e dare potenza e continuità al motore.

Un po’ per ricucire lo strappo di una settimana fa quando Draghi puntò il dito in Parlamento contro «quelle regioni che (sulle vaccinazioni, ndr) trascurano gli anziani in favore di gruppi di potere», ieri pomeriggio il premier ha presieduto la riunione con i governatori, i ministri Gelmini e Speranza, il commissario all’emergenza Francesco Figliuolo e il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio. Dopo quell’intervento in Parlamento la polemica con le Regioni è tornata ai livelli dell’era Conte. Aggravata dalle voci insistenti circa la minaccia che il governo potesse far valere la “famosa” clausola di supremazia per cui, nonostante l’articolo V della Costituzione, il governo centrale può e deve centralizzare tutte le iniziative in caso di pandemia. È bene chiarire una volta per tutte che questa questione, nonostante i pasticci gravi sulle prenotazioni, sulle categorie professionali mandate avanti prima degli anziani e dei fragili, sull’anarchia ancora praticata in questi giorni circa la riapertura delle scuole (chiuse in Puglia) e le prenotazioni di vaccini non ancora validati dagli enti regolatori (Ema e Aifa) come ha fatto De Luca in Campania, non è mai stata sul tavolo.

Anzi. «È inutile minacciare misure, con le regioni il rapporto è sempre stato positivo ed è altresì chiaro che dobbiamo lavorare tutti insieme», aveva già chiarito Draghi venerdì in conferenza stampa. Ieri pomeriggio è stato ancora più chiaro: «Soltanto attraverso un sincero rapporto di collaborazione tra Stato e Regioni si riuscirà a vincere questa battaglia. Per battere la pandemia dobbiamo unire tutte le energie». Certo Stefano Bonaccini, che dei governatori è il presidente, e Giovanni Toti che ne è il vice, hanno tenuto alta la bandiera della loro solitudine nella lotta alla pandemia e delle promesse rimaste sulla carta fatte in questo lungo anno. Sono stati e sono i governatori, così come i sindaci, il primo avamposto tra la società civile e le famiglie e le direttive del governo centrale. Quelli che ogni giorno hanno sentito sulla propria pelle prima la paura, poi la diffidenza e infine la disperazione dei loro cittadini. Che si sono ammalati. Errori ne sono stati fatti ma da tutte le parti e come in ogni guerra dove il nemico ha il vantaggio di chi può giocare sempre a carte coperte. Perché nessuno sapeva cos’era il Covid. Nessuno era pronto. E questo vale per tutti.

È arrivato il momento di dire basta allo scontro. E di marciare, appunto, uniti. Di mettere da parte la rabbia per la le promesse, mai esaudite, dall’invio della piattaforma nazionale per le prenotazioni (il governo Conte l’aveva promessa per Natale ma non è mai arrivata, per cui poi ognuno è andato per i fatti propri) al personale per fare i vaccini. Di contro – va detto – ci sono i numeri sospetti, su cui stanno indagando i Nas dei Carabinieri, su unità di terapia intensiva mai attivate eppure conteggiate nei report settimanali al ministero. E l’anarchia su apertura della scuola e le trattative regionali (Veneto e Campania) per procurarsi lo Sputnik V ancora non autorizzato. Questa babele deve finire. «C’è il comune impegno – ha promesso Draghi – ad assicurare non solo la sicurezza e la salute ma anche la ripresa dell’attività economica». Il premier ha ribadito che lo Stato «farà di tutto per rispondere alle esigenze delle Regioni, anche con riferimento al tema delle carenze di personale. Questo è l’atteggiamento del Governo: aiutarvi a raggiungere gli obiettivi che sono di tutti noi». Bonaccini ha chiesto garanzie, una volta per tutte, su quantità e tempistica nella consegna dei vaccini. E anche di soddisfare quelle richieste di personale necessario per arrivare alle 500 mila inoculazioni al giorno che ci devono portare all’immunità di gregge entro la fine dell’estate.

«Per quanto riguarda le forniture dei vaccini per i prossimi mesi la Commissione Europea ha assicurato – ha detto Draghi – che le dosi dovrebbero essere più che sufficienti per raggiungere l’immunità per il mese di luglio in tutta l’Europa». Tra i temi sul tavolo anche le riaperture e quindi il decreto che dirà di che colore sarà l’Italia nel mese di aprile, dal 6 al 30. Il testo dovrebbe andare in Consiglio dei ministri questa settimana con dentro anche il decreto della ministra della Giustizia Marta Cartabia per obbligare il personale sanitario a vaccinarsi. «Tutto dipenderà dai dati, non possiamo sbagliare in questo momento cruciale in cui l’obiettivo primario è far marciare le vaccinazione e mettere al sicuro i cittadini», ha ripetuto il premier promettendo verifiche di settimana in settimana. Perché, ha aggiunto, «dobbiamo anche iniziare a guardare al futuro con ottimismo, ridare speranza al Paese pensando a programmare le riaperture». E poi, anche forzando la sua naturale misura, ha cercato di dare la carica parlando della “necessità di avere gusto del futuro”: «Dobbiamo uscire da questa situazione di inattività. Sono certo che, tutti insieme, raggiungeremo qualunque obiettivo. Questa è la mia certezza, non è una speranza né un pronostico».

Parole e messaggi che hanno soddisfatto Bonaccini e Toti (“il piano di vaccinazione non può essere raccontato come uno scontro tra Stato e Regioni”) che in mattinata aveva già potuto fare “pace” con il commissario Figliuolo e il capo della Protezione civile Curcio presenti all’inaugurazione dell’hub vaccinale al porto di Genova. «Manderemo rinforzi a chiunque li chiederà», ha spiegato Figliuolo. E Curcio: «Unità mobili nei piccoli centri, quelli che pagano isolamento e mancanza di infrastrutture». Alla fine del vertice durato due ore il ministro per gli Affari Regionali Maria Stella Gelmini ha parlato di «incontro molto positivo in cui governo centrale e Regioni condividono obiettivi e strategie per velocizzare al massimo la campagna vaccinale e portare il Paese fuori dalla pandemia».

Certo, il nodo del Titolo V andrà presto affrontato. Non è però questo il momento. Ma di fronte alle posizioni di chi, ad esempio Massimo Cacciari, parla di “fallimento storico del regionalismo italiano” e di “catafalchi centralisti”, merita di essere letto un bel libro uscito in questi giorni del giornalista dell’agenzia Agi Giovanni Lamberti (Ci abbiamo messo la faccia, edizioni All Around). La prefazione di Stefano Ceccanti chiarisce una volta per tutte l’impossibilità di far scattare la clausola di supremazia. Ma soprattutto nelle pagine del libro i governatori (tranne De Luca), uno dopo l’altro raccontano i loro dodici mesi di solitudine, calvario e disperazione nella lotta al Covid. Non è stato uno scontro di potere. Ci sono stati giorni bui, lacrime, disperazione, paura, disorientamento. L’altra faccia di questa storia.

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